Malattia di Parkinson, così gli ultrasuoni spengono i tremori

Una ricerca italiana apre nuove possibilità nel trattamento dei tremori legati alla malattia di Parkinson, utilizzando ultrasuoni ad alta intensità

Federico Mereta

Federico Mereta Giornalista Scientifico

Nasce in Italia una nuova possibilità di trattamento per i tremori legati alla malattia di Parkinson che non vengono controllati con i farmaci e per le forme di tremore essenziale. È del tutto indolore e si basa sugli ultrasuoni, guidati dall’operatore grazie al controllo costante della risonanza magnetica.

Il primo studio clinico, condotto al Dipartimento di Biotecnologie e Scienze Cliniche Applicate dell’Università de L’Aquila, ha interessato 39 pazienti offrendo risultati interessanti tanto da essere presentato al congresso della Società Radiologica del Nord America (RSNA) tenutosi a Chicago. Il trattamento che potrebbe diventare realtà pratica nel prossimo futuro, si propone come alternativa all’impiego della stimolazione cerebrale profonda, che si attua con un dispositivo che viene impiantato e consente di controllare i centri nervosi responsabili dei tremori e di altri sintomi.

Come funzionano gli ultrasuoni

Apparentemente il trattamento è molto semplice. Gli ultrasuoni ad alta intensità vengono concentrati su una particolare area di tessuto cerebrale, il talamo, e grazie al calore da essi indotto questa zona viene in qualche modo modificata. Non appena avviene questo invisibile fenomeno i tremori diminuiscono, con un’efficacia che si mantiene nel tempo.

A guidare l’operatore in questa sorta di “missili” indolori molto intelligenti sono i dati della risonanza magnetica cerebrale, che permettono di mirare esattamente dove lo specialista vuole. Secondo Federico Bruno, radiologo del Dipartimento di Biotecnologie e Scienze Cliniche applicate, oltre ad essere sicuro il trattamento offre un effetto immediato che il trattamento fornisce, diversamente dalla stimolazione profonda, che oltre a richiedere un intervento invasivo per applicare nel cervello una sorta di pacemaker, impiega tempo per iniziare a fare effetto.

Come se non bastasse il trattamento non impone la necessità di un periodo di degenza particolarmente lungo e può essere adottato anche quando i malati, particolarmente fragili ed a rischio, potrebbero non sopportare l’operazione necessaria per impiantare il neurostimolatore.

Come agisce il neurostimolatore

Tutto inizia con un piccolo intervento chirurgico. Lo specialista inserisce un dispositivo medico, simile a un pacemaker, che emette lievi impulsi elettrici in aree specifiche del cervello. Così si può raccontare, in sintesi, la stimolazione cerebrale profonda, che può essere impiegata in alcuni casi selezionati di persone che soffrono di malattia di Parkinson.

Lo  “stimolo”, viene programmato e calibrato dal medico per ottenere il massimo controllo dei sintomi e ridurre al minimo gli effetti collaterali. L’azione dello stimolatore va ovviamente oltre a quella che si può avere nei semplici tremori: gli studi clinici dicono che in chi ha impiegato questo “pacemaker” migliorano le capacità di movimento e soprattutto cresce la possibilità di svolgere le normali attività di ogni giorno, compresi parlare, scrivere a mano, vestirsi e camminare, anche quando la malattia pare “bloccare” le possibilità.

Soprattutto, negli ultimi tempi si è scoperto che questo trattamento risulta sicuro anche negli stadi precoci della patologia allargando la platea di quanti possono usufruire della terapia.

Come nasce la malattia di Parkinson

Fu un medico inglese, James Parkinson, a descrivere per la prima volta, nel 1817, alcuni pazienti affetti da strane manifestazioni neurologiche, con riduzione progressiva di mobilità, movimenti involontari ritmici scuotenti, rigidità muscolare intensa, andatura rallentata a piccoli passi e atteggiamento curvo.

Probabilmente descritta già molti secoli prima dalla scoperta storica “ufficiale”, questa sindrome fu denominata da Parkinson “paralisi agitante”. Altri neurologi in seguito ne definirono meglio il quadro clinico e patologico, attribuendole dignità di malattia con caratteristiche proprie. Oggi la patologia viene considerata una malattia degenerativa e progressiva del sistema nervoso che interessa prevalentemente una sua piccola parte, denominata substantia nigra o sostanza nera.

Qui viene prodotta la dopamina, un mediatore chimico tra le cellule nervose, indispensabile per un controllo efficace e preciso dei movimenti di tutto il corpo. Il processo patologico determina la progressiva perdita di neuroni produttori di dopamina.

Questa sostanza chimica trasmette messaggi a neuroni in altre zone del cervello ed è responsabile dell’attivazione di un circuito che controlla il movimento. Con la riduzione di almeno il 50 per cento dei neuroni dopaminergici viene a mancare un’adeguata stimolazione dei recettori, cioè delle stazioni di arrivo. Questi recettori sono situati in una zona del cervello chiamata striato. Superato il livello soglia dell’80 per cento di decremento, il sistema perde equilibrio e compaiono i sintomi cardinali della malattia: tremore, progressiva lentezza dei movimenti con rigidità muscolare e discinesia.

Federico Mereta

Federico Mereta Giornalista Scientifico Laureato in medicina e Chirurgia ho da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica. Raccontare la scienza e la salute è la mia passione, perchè credo che la conoscenza sia alla base di ogni nostra scelta. Ho collaborato e ancora scrivo per diverse testate, on e offline.

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