Malattia di Alzheimer, quanto conta l’asse “intestino-cervello”

Il legame che unisce l'intestino e il cervello potrebbe rivelarsi la chiave di volta per prevenire l'Alzheimer

Federico Mereta Giornalista Scientifico

Lo chiamano asse “intestino-cervello”. È un filo invisibile che lega quanto accade nel tubo digerente, con una popolazione di batteri che supera quella delle stesse cellule umane, con il sistema nervoso. Chiamato in gioco come possibile elemento nella genesi di quadri come la depressione o l’ansia, ora il microbiota potrebbe diventare anche un possibile obiettivo per capire come mai si sviluppa la malattia di Alzheimer, che ancora non ha una cura. Per questa forma di demenza, in futuro, si potrebbe ipotizzare anche una prevenzione “su misura” che nasce proprio dallo studio dei batteri intestinali.

La chiave in un meccanismo complesso

Tutto nasce dalla ricerche di un gruppo internazionale di scienziati, coordinati dall’Università di Ginevra, cui hanno preso parte anche studiosi del Centro di Cura e Ricerca sull’Alzheimer e le malattie psichiatriche del Fatebenefratelli di Brescia, dell’Università di Napoli e del Centro di Ricerca SDN del capoluogo campano. In sintesi, lo studio confermerebbe una correlazione nell’uomo tra squilibrio delle invisibili popolazione che abitano il tubo digerente e lo sviluppo delle placche amiloidi nel cervello.

Proprio i depositi di beta-amiloide, che si creano all’interno del sistema nervoso e che tendono a svilupparsi come una sorta di “nebbia” che pervade il cervello coprendo le normali attività del pensiero e della memoria, potrebbero infatti essere facilitati nella loro formazione da specifiche proteine che in qualche modo alterano il normale equilibrio tra sistema immunitario e sistema nervoso, agendo come una sorta di “molla” per l’insorgenza della patologia.

Lo studio è apparso su Journal of Alzheimer Disease, e fa ipotizzare che ci siano possibilità future di intervenire all’inizio sull’asse “intestino-cervello” attraverso meccanismi preventivi mirati proprio sul microbiota. Gli autori della ricerca fanno notare come proprio l’analisi della popolazione invisibile all’interno dell’intestino sia fondamentalmente diversa in chi soffre di Alzheimer rispetto ai coetanei sani, con un aumento percentuale di particolari ceppi rispetto ad altri che invece sono sotto-rappresentati.

Ora questo studio rivela che proprio questa situazione sarebbe correlata ad una maggior presenza di segnali infiammatori presenti nel sangue, tipi di batteri intestinali ed appunto possibile sviluppo di malattie neurologica. Così nasce l’intuizione, tutta da dimostrare in futuro, che proprio l’infiammazione presente nel sangue possa essere una sorta di “segnale” che collega la flora batterica con il cervello, aprendo la strada quindi a possibili interventi preventivi sulla stessa popolazione di batteri buoni e meno buoni per influire sul possibile rischio di sviluppare Alzheimer. Siamo solo all’inizio, ma l’ipotesi di lavoro è affascinante. In un futuro, questa è la speranza, agendo proprio sul microbiota si potrebbe pensare di ridurre i rischi.

Un asse da indagare

Questo studio conferma ancora una volta l’esistenza del “Gut-Brain axis”. Il nucleo di questo rapporto è il microbiota che ha un patrimonio genetico cento volte più grande dell’organismo umano e contribuisce al benessere dell’uomo con moltissime funzioni diverse. Il censimento delle cellule microbiche che albergano nel corpo umano è superiore a dieci volte rispetto a quello delle cellule dell’organismo. La maggior parte di queste cellule procariote si trova nell’intestino umano, e anche sotto il profilo genetico i genomi di questi batteri contengono un numero di geni più che centuplicato rispetto a quello dell’uomo.

Benché la percezione dei batteri sia prevalentemente legata a eventi patologici, la vita stessa dell’uomo è dipendente dalla presenza di batteri “buoni” che abitano diverse aree del corpo umano. Infatti grazie a questi invisibili “laboratori” si regola la digestione degli alimenti, grazie ad una serie di enzimi che sono in grado di trasformare le sostanze che ingeriamo, si favorisce  la produzione di vitamine del gruppo B, e in particolare della B12, si potrebbe agire direttamente sulla microcircolazione cerebrale grazie ad acidi grassi “buonI” prodotti proprio da batteri che sono “gentili” cittadini della metropoli che si trova nel nostro tubo digerente.

Ovviamente, se i “cattivi” prendono anche in parte il potere, si rischia. E magari questi meccanismi di disequilibrio potrebbero essere importanti anche per la genesi di diverse patologie. Così proprio in tutte queste attività più o meno definite nei particolari, soprattutto considerando i batteri che le caratterizzano, si potrebbe trovare una chiave di svolta per la prevenzione di molte malattie neurologiche e di quadri psichiatrici.

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