Infezione da Sars-CoV-2, cosa provano le donne in prima linea contro il virus

Una ricerca indaga il disagio sociale degli operatori sanitari, spesso lontani dalla famiglia per evitare il rischio di trasmissione del virus

Federico Mereta

Federico Mereta Giornalista Scientifico

Ci sono tante chiavi di lettura per spiegare cosa stiamo vivendo in questo periodo di pandemia da coronavirus Sars-CoV2. Ma c’è un aspetto che spesso si sottovaluta: quanto assistere gli altri – capita soprattutto alle donne – possa pesare sulla vita professionale e sociale di un operatore sanitario. Women for Oncology Italy ha fatto il punto su questa situazione andando a sentire i pareri di chi si prende cura dei malati in ospedale. I risultati fanno davvero riflettere.

Lontane dalla famiglia

Il 30% dei professionisti della sanità ha scelto di vivere lontano dai familiari per evitare il rischio di trasmissione domestica. A dirlo è appunto l’indagine sull’impatto sociale per gli operatori sanitari durante l’emergenza Covid-19, condotta dall’associazione.

Lo studio ha coinvolto circa 600 professionisti della sanità italiani, di cui la maggior parte donne (circa il 75%). Si tratta di medici specialisti (63%), infermieri (21%) e specializzandi (9%) che svolgono il loro lavoro principalmente nel reparto di oncologia (59%). Oltre l’83% degli intervistati dichiara di non vivere da solo (il 54% risponde “si”, il 16% “abbastanza”). E questo si è tradotto, per quasi un terzo dei rispondenti, nella difficile decisione di cambiare alloggio trasferendosi lontano dalla famiglia per evitare di esporla ad un maggiore rischio di contagio; a questi si aggiunge un ulteriore 7,6% dei casi, in cui è stato invece il nucleo familiare a trasferirsi in un’altra abitazione, mentre nel 6,7% dei casi a cambiare casa sono stati i figli.

Coloro che scelgono di rimanere insieme alla propria famiglia hanno naturalmente adottato misure di sicurezza per ridurre il rischio di infezione, come una divisione della zona notte, il mantenimento delle distanze di un metro o più e una rinuncia ai contatti ravvicinati specialmente con i bambini.

Il distanziamento sociale, come per il resto della popolazione, ha coinvolto principalmente gli anziani, la categoria più gravemente colpita dalla pandemia: l’80,7% degli intervistati ha dichiarato di non vedere i propri genitori da oltre 14 giorni. L’isolamento ha portato però anche ad una ancora più dolorosa lontananza dai propri figli: il 60,7% degli operatori sanitari coinvolti nella survey riporta di non avere contatti ravvicinati con loro da meno di 7 giorni e il 32% da oltre due settimane. Le difficoltà maggiormente riscontrate dagli operatori sanitari sono state il reperimento di badanti (10,7%) e baby-sitter (22,5%), in aggiunta a quello della spesa (54,4%).

“Questa è la prima survey sul disagio sociale degli operatori sanitari promossa in corso di pandemia da COVID che fotografa una realtà che fa riflettere in merito alle difficoltà anche pratiche che ci troviamo quotidianamente ad affrontare. Questa emergenza sta cambiando non solo le nostre abitudini come professionisti, ma anche come genitori e caregiver. Molti operatori che stanno lavorando in prima linea sono donne e madri, costrette ad allontanarsi dai loro figli o a non poter più accudire i genitori anziani. Siamo preoccupati e costretti a isolarci, con tutte le conseguenze psicologiche che questo comporta” – spiega Rossana Berardi, vice Presidente di Women for Oncology Italy e Direttore della Clinica Oncologica Ospedali Riuniti di Ancona, Università Politecnica delle Marche.

“Forte è la preoccupazione di contrarre il virus che però non riguarda solo gli operatori sanitari, ma coinvolge anche i nostri familiari. Per questo, molti di noi hanno scelto di allontanarsi dal proprio nucleo familiare per mettere in sicurezza i propri affetti ed evitare che possano essere a loro volta soggetti all’infezione, consapevoli che la distanza di oltre un metro, oggi, è un atto di amore”.

Numeri che fanno riflettere

Dall’inizio della pandemia in Italia sono stati contagiati quasi 17.000 professionisti sanitari. L’83% degli operatori che hanno risposto è consapevole del rischio e dichiara infatti di sentirsi maggiormente esposto alla possibilità di contrarre il virus rispetto alla popolazione generale a causa della propria professione. Il timore del contagio però è rivolto soprattutto ai propri familiari: il 72,4% degli intervistati reputa di poter esporre a questo rischio anche i propri partner, figli e genitori. Due persone su tre tra i partecipanti all’indagine  hanno avuto ripercussioni sulla propria vita familiare.

“Abbiamo voluto condurre questo studio per accendere i riflettori e sensibilizzare sull’impatto sociale che questa emergenza sanitaria sta avendo sugli operatori sanitari e, in modo particolare sulle donne che svolgono queste professioni. – aggiunge Marina Garassino, Presidente di Women for Oncology Italy – Come associazione Women For Oncology non possiamo non lanciare, ancora una volta, un appello alle nostre Istituzioni perché la pandemia rischia di aggravare quel gender gap già esistente nel mondo del lavoro ed in particolare in quello delle professioni mediche. Pur essendo le professioniste donne impegnate in prima linea per trattare i pazienti positivi al virus e nell’organizzazione degli ospedali, sono ancora poco presenti ai tavoli istituzionali”.

Federico Mereta

Federico Mereta Giornalista Scientifico Laureato in medicina e Chirurgia ho da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica. Raccontare la scienza e la salute è la mia passione, perchè credo che la conoscenza sia alla base di ogni nostra scelta. Ho collaborato e ancora scrivo per diverse testate, on e offline.

© Italiaonline S.p.A. 2020Direzione e coordinamento di Libero Acquisition S.á r.l.P. IVA 03970540963

Infezione da Sars-CoV-2, cosa provano le donne in prima linea contro i...