I gusti a tavola dipendono (anche) dai batteri dell’intestino

I batteri che compongono il microbiota definiscono le nostre preferenze nella dieta e il senso di sazietà

Foto di Federico Mereta

Federico Mereta

Giornalista Scientifico

Laureato in medicina e Chirurgia ha da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica: raccontare la scienza e la salute è la sua passione. Ha collaborato e ancora scrive per diverse testate, on e offline.

Periodo di diete. È il momento della “remise en forme” in vista dell’estate, dopo gli eccessi dell’inverno. Ed è il periodo in cui chi è in lotta con la bilancia tenta di individuare gli alimenti più consoni ad un’alimentazione sana e nutriente. Quando si arriva davanti al piatto, o nel momento in cui si fa la spesa, sembra quasi esserci un qualcosa che ci guida verso determinati cibi piuttosto che su altri. C’è chi ama il salato, c’è chi non riesce a rinunciare al dolce, chi proprio non riesce a sopportare grandi dosi di vegetali e magari preferisce le patatine fritte.

A guidare le scelte sono sicuramente i nostri sensi, ma probabilmente molte abitudini alimentari dipendono anche dalla popolazione di batteri ed altri invisibili componenti che vivono nel nostro apparato digerente e compongono il microbiota. Addirittura, stando ad uno studio condotto su animali da esperimento degli esperti dell’Università di Pittsburgh pubblicato su PNAS, la rivista dell’Accademia Americana delle Scienze, sarebbero proprio gli invisibili ospiti delle vie digestive a definire sui gusti a tavola, grazie al continuo scambio di informazioni tra intestino e cervello.

Occhi puntati sul triptofano

Lo studio è molto originale, anche se ovviamente non consente di trarre conclusioni definitive su quanto potrebbe accadere nell’essere umano. Sono state valutate diverse decine di topi senza batteri intestinali, a cui sono stati somministrati ceppi batterici derivanti da animali selvatici con alimentazioni naturali diverse tra loro.

Dopo questo “trattamento”, gli studiosi hanno visto che gli animali tendevano a modificare le loro abitudini alimentari, scegliendo cibi diversi anche in base alla composizione del microbiota che si è venuto a creare dopo l’originale “intromissione” degli scienziati nel lor patrimonio batterico. Lo studio aggiunge un’ulteriore prova sul ruolo del microbiota come cofattore che in qualche modo interferisce e coordina le relazioni tra intestino e cervello, anche grazie a molecole frutto della digestione che possono funzionare da intermediari.

L’attenzione degli esperti, in questo senso, si è concentrata su un particolare aminoacido essenziale (ovvero tra quelli che l’organismo umano non è in grado di “costruire da solo ma deve cogliere proprio dagli alimenti), il triptofano. Anche alcuni ceppi batterici intestinali sono in grado di sintetizzarlo. Tanto per capire quanto può essere utile, il triptofano entra in gioco nella produzione di serotonina e quindi può indirettamente interferire sul tono dell’umore.

Non solo: la serotonina è anche una sorta di “segnalatore” che ci indica che ci sentiamo soddisfatti dopo un pasto. Ancora: il triptofano entra nel processo che favorisce la produzione di melatonina, con un impatto sul sonno. Studiando i topi, si è visto che proprio in quelli che avevano più molecole di triptofano nel sangue circolante avevano anche più batteri capaci di produrlo, e quindi la dieta rappresenta un elemento chiave per questo meccanismo.

Sia chiaro. Si tratta solo di un’osservazione: le nostre scelte alimentari derivano da molteplici segnali che in qualche modo influenzano il modo in cui ci nutriamo. Ma è un elemento in più che spiega quanto e come il microbiota rappresenti un fattore chiave per il nostro benessere, anche in termini di alimentazione e di selezione dei cibi che assumiamo.

Ad ognuno il suo microbiota

Il microbiota si concentra nell’ultima parte dell’intestino, il crasso, ed è formato da una serie infinita di invisibili “laboratori”. Il loro numero può essere anche dieci volte superiore rispetto a quello delle cellule che formano l’intero corpo umano.  Pur essendo maggiormente rappresentato nel tratto intestinale, il delicato ma fondamentale ecosistema batterico si ritrova lungo tutto l’apparato digerente, dalla bocca, fino all’ano.

Cambiano però gli “abitanti” di questa impressionante città, sia in base alla zona in cui si trovano, sia in base all’età dell’individuo.  In termini generali nel cavo orale si individuano soprattutto fusobatteri, batteroidi e moltissimi cocchi gram positivi e negativi. Scendendo più in basso, tra stomaco e duodeno, questi lasciano progressivamente il posto a streptococchi, funghi e lattobacilli.

Questi ultimi si avviano a diventare i principali interpreti della flora batterica, tanto che già nel digiuno e nell’ileo insieme ai coliformi, ai fusobatteri e ai bifidobatteri sono rappresentati in gran numero. Infine nel colon si ritrova la stragrande maggioranza della flora batterica del tubo digerente. A questo punto le razze si mescolano.

Ma soprattutto i germi aumentano significativamente di numero. Basti pensare che nello stomaco e nell’intestino tenue di va da 100 a 100.000 batteri per millilitro di contenuto intestinale, mentre nel colon si arriva a 100-1000 miliardi di germi per grammo di feci. In genere, il rapporto tra anaerobi, cioè i germi che vivono in assenza di ossigeno, e aerobi è di 1000 a 1 a favore dei primi. Questo ovviamente è solo un quadro generale. Come detto nelle diverse età della vita e in base alle abitudini alimentari e alle terapie che si assumono il microbiota può variare.