Esperienze negative da raccontare? Meglio parlarne con l’avatar

Un avatar come interlocutore a cui raccontare esperienze negative e momenti di difficoltà per superare il proprio disagio

Federico Mereta Giornalista Scientifico Laureato in medicina e Chirurgia ha da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica: raccontare la scienza e la salute è la sua passione. Ha collaborato e ancora scrive per diverse testate, on e offline.

Che la realtà virtuale possa essere di grande utilità in numerosi campi della medicina è ormai provato. Ma ora uno studio australiano dimostra che la presenza di una sorta di “copia” realisticamente valida come interlocutrice potrebbe rappresentare una strada per poter esprimere il proprio malessere rispetto a qualche evento che è avvenuto.

A segnalare questa opportunità, potenzialmente scelta secondo l’indagine dal 30% delle persone, è una ricerca coordinata da Shane Rogers dell’Università Edith Cowan che apre la strada alla possibilità di esprimersi anche con un’interfaccia non reale ma virtuale, per sentirsi meglio.

Lo studio è stato pubblicato su Frontiers in Virtual Reality. Il tema è sicuramente affascinante, anche se siamo solo agli inizi. Ma non ci sono dubbi che in futuro sempre di più ci si troverà a rapportarsi anche attraverso dinamiche di questo tipo, specie se non si riescono proprio ad esprimere i sentimenti con le persone che ci conoscono o con chi magari si trova ad aiutarci nel percorso di cure.

Come cambiano le interazioni

Non è facile raccontare un fatto o un’esperienza che ci hanno messo in difficoltà. Magari non siamo perfettamente a nostro agio nei confronti degli altri e, anche se ci rivolgiamo a persone di cui ci fidiamo, può essere davvero difficile spiegarci con tranquillità, anche perché forse temiamo il giudizio.

In qualche caso, arriviamo a dire che vorremmo narrare quanto ci è capitato ad uno sconosciuto. Ecco, in questo senso la ricerca australiana è sicuramente interessante perché mette a confronto come cambiano le interazioni tra le persone quando si trovano a parlare con un amico o un parente e quando invece hanno come interlocutore un avatar, in grado di imitare la controparte che si avrebbe nella vita reale. In termini generali, stando a quanto emerge dall’analisi, sul fronte fisico ci si trova in condizioni molto simili, anche se ovviamente ci si sente più facilmente “vis a vis” che chi incontriamo rispetto a quanto può avvenire con un “amico” frutto della realtà virtuale.

Ma è nel momento in cui occorre raccontare le proprie esperienze negative, magari perché si attraverso un momento buio o ci si trova in preda all’ansia, che l’aiuto dell’interlocutore in realtà virtuale diventa più utile. Stando allo studio, infatti per molte persone questa modalità di rapporto potrebbe rivelarsi indicata in chiave psicologica, quando magari si ha difficoltà a rapportarsi direttamente con un terapeuta.

La narrazione di esperienze negative infatti potrebbe risultare più efficace, almeno da parte di chi le ha subite e prova a descriverle, se avviene nei confronti di un essere “virtuale” invece che ad una donna o a un uomo in carne ed ossa. questa opportunità, sempre stando alla ricerca verrebbe scelta da circa tre persone su dieci. E si tratta di soggetti che, attraverso questo sotterfugio tecnologico, potrebbe diventare potenzialmente in grado di ricevere trattamenti psicologici mentre oggi magari rinunciano a questa opportunità.

Non solo psicologia

Se sul fronte psicologico un avatar perfettamente realizzata potrebbe in futuro permetterci di aprirci ai sentimenti migliorando i rapporti con chi ci assiste, non ci sono dubbi che la realtà virtuale sta diventando sempre più importante in diversi campi della medicina.

Se non ci credete pensate solo alla ricerca svolta in Olanda, che punta su un avatar del tumore per capire in anticipo se quello reale, ovvero quello da curare che si trova nell’organismo del malato, potrebbe rispondere o meno all’immunoterapia. In questo caso la “copia” non è quindi di una persona, ma è piuttosto una riproduzione ottimale delle cellule che provocano il cancro.

Con questo sistema di studio virtuale si punta a in laboratorio, ad avere una copia su cui capire come potrebbero reagire le cellule del tumore vero, quello da combattere. E’ solo un esempio, raccontato in una ricerca coordinata da Daniela Thommesn, del Netherlands Cancer Institute, pubblicata su Nature Medicine. Un avatar, quindi, potrebbe diventare uno strumento chiave nello sviluppo della ricerca del futuro. E non solo per la psiche o per mirare bene i trattamenti anticancro, aiutando davvero chi può trarre i massimi benefici dalle cure.

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