Covid-19, verso un vaccino “ad ampio raggio”

Allo studio un nuovo vaccino che protegge dalle varianti del virus: come funziona

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Federico Mereta

Giornalista Scientifico

Laureato in medicina e Chirurgia ha da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica: raccontare la scienza e la salute è la sua passione. Ha collaborato e ancora scrive per diverse testate, on e offline.

Quante parole abbiamo imparato, in queste periodo di pandemia. Ormai il nostro vocabolario di ogni giorno si è arricchito di termini come virus, varianti, mutazioni virali, spike…. Abbiamo addirittura reimparato le lettere greche, con la Omicron che, parlando di virus Sars-CoV-2, è oggi ampiamente dominante in Italia.

Grazie alla scienza siamo arrivati rapidamente a vaccini che proteggono dalle forme gravi di malattia, dai ricoveri e dai decessi, cambiando la storia della pandemia. Ed uno studio appena pubblicato spiega perché quando ci vacciniamo risultiamo comunque maggiormente protetti. Ma c’è, come sempre, spazio per migliorare.

In questo senso, avere un vaccino che riesca a far produrre anticorpi nei confronti di una componente del virus che non muta potrebbe aiutarci a migliorare ancora i risultati in termini di prevenzione. Ed è su questo obiettivo che punta diritta la ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità, che si propone di realizzare un prototipo in grado di stimolare le difese verso una proteina virale che non si modifica, per superare i cali di efficacia che, ad esempio con la variante Omicron, si sono osservati.

Spike o non Spike?

Attualmente i vaccini disponibili, con meccanismi diversi, puntano a stimolare la reazione difensiva dell’organismo umano nei confronti della proteina Spike. Abbiamo imparato tutti a riconoscere quelle componenti “spinose”, a punta, che vengono simboleggiate nelle rappresentative visive del virus Sars-CoV-2. Ma c’è un problema.

La Spike, per sua natura, tende a modificarsi, come avviene con le varianti. In questo senso Omicron, che pure appare più contagiosa ma meno aggressiva (anche se visti i grandi numeri delle persone che hanno contratto l’infezione gli effetti in termini di sanità pubblica e di rischi rimangono comunque significativi), presenta un’ampia serie di mutazioni proprio sulle proteine Spike, che quindi rendono il virus diverso rispetto a quello inizialmente identificato agli albori della pandemia.

Cosa significa questo? Vuol dire che Spike si modifica e che forse è necessario indagare anche altre strade che possono rendere più efficiente nel tempo la risposta difensiva dell’organismo, a prescindere dall’insorgenza di eventuali altre varianti. In questo senso si è mossa la ricerca degli esperti dell’Istituto Superiore di Sanità, che mira a cambiare l’obiettivo della stimolazione per il sistema immunitario.

Come riporta la rivista scientifica Viruses, infatti, il prototipo testato dai ricercatori e provato su animali di laboratorio con risultati davvero incoraggianti l’obiettivo dello stimolo difensivo diventa in questo caso la proteina N, al posto delle classiche Spike. Perché questo passaggio può essere importante? Per il semplice fatto che la proteina oggetto della stimolazione immunitaria rimane comune in tutte le varianti virali. Grazie a questa strategia, quindi, si punta a generare una memoria immunitaria a livello polmonare che potrebbe essere garanzia di effetto protettivo duraturo. Siamo solo all’inizio, ma la ricerca va avanti per trovare nuove soluzioni protettive con i vaccini, a prescindere dalle mutazioni del virus.

Perché i vaccini disponibili funzionano

Per fortuna, nell’attesa di ulteriori evidenze su vaccini “ad ampio raggio” la scienza mostra che quelli che oggi abbiamo a disposizione funzionano. Le varianti infatti non riuscirebbero a “bucare” la protezione dei vaccini, che continuano a farci scudo contro il virus molto a lungo perché oltre agli anticorpi stimolano la formazione di cellule T, cellule del sistema immunitario dalla “memoria di ferro” che sanno ‘smascherare’ e combattere il virus anche quando cambia faccia grazie alle mutazioni.

Queste cellule, capaci di riaccendere in tempi brevissimi la risposta immunitaria, persistono in circolo a lungo, mantenendo dopo 6 mesi dalla vaccinazione una risposta reattiva contro tutte le varianti, in media pari a circa l’87-90%, che scende appena all’84-85% soltanto per Omicron, rispetto a quella iniziale post-vaccinale. Esse sono la chiave per una protezione immunitaria di lunga durata, che protegga dalle forme gravi di malattia per molto tempo a prescindere dalle possibili mutazioni future del virus.

A determinare questi importanti risultati è uno studio pubblicato sulla rivista Cell da un team di ricerca de La Jolla Institute for Immunology di San Diego, guidato da Alessandro Sette, dell’Università della California a San Diego, in collaborazione con il gruppo del professor Gilberto Filaci, Direttore dell’Unità di Bioterapie dell’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino di Genova e professore ordinario di Scienze tecniche di medicina e di laboratorio dell’Università di Genova.

“Lo studio consente di prevedere che l’immunità indotta dai vaccini sia molto prolungata oltre che probabilmente efficace anche contro le varianti future: La dose booster si conferma come il metodo migliore per “richiamare alla lotta” altre cellule T di memoria, rafforzando la nostra linea di difesa contro il virus – spiega Filaci”.