Covid-19, perché raramente può diventare serio nei bambini

Gli esperti spiegano cosa può accadere e perché i bambini raramente sviluppano una forma particolarmente grave di Covid-19

Federico Mereta Giornalista Scientifico Laureato in medicina e Chirurgia ha da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica: raccontare la scienza e la salute è la sua passione. Ha collaborato e ancora scrive per diverse testate, on e offline.

È una realtà davvero rarissima. Ma ci sono casi in cui Covid-19 può diventare particolarmente preoccupante anche nei bambini, che più spesso non hanno quasi sintomi legati all’infezione da virus Sars-CoV-2 o comunque presentano disturbi simili a quelli del raffreddore o di una leggera influenza. A spiegare cosa accade in questa situazione sono gli esperti presenti al Congresso della Società Italiana di Allergologia e Immunologia Pediatrica (SIAIP).

Il ruolo della genetica  nella risposta

A spiegare cosa può accadere in un numero piccolissimo di bambini che contraggono il virus è Luigi Notarangelo, Direttore del Laboratorio di Immunologia Clinica e Microbiologia dei NIH (National Institute of Health) americano, che ha approfondito proprio questo aspetto.

“La nostra ipotesi di partenza era che alcuni dei soggetti che hanno sviluppato una forma particolarmente grave di Covid-19 avessero di base un difetto genetico della capacità del sistema immunitario di far fronte al virus e che al contrario soggetti che, pur presentando comorbilità” – spiega l’esperto.

“Questi soggetti, pur essendo anziani, quando vengono esposti al virus non sviluppano malattia, abbiano una costituzione genetica in grado di determinare resistenza all’infezione virale In collaborazione con diversi centri italiani abbiamo studiato il genoma di questi soggetti soffermandoci in particolare su geni coinvolti in meccanismi di difesa contro i virus.

Sapevamo già che alterazioni a carico di alcuni di questi geni sono responsabili di forme fatali di influenza. In effetti abbiamo osservato la presenza di mutazioni a carico di questi 13 geni nel 3,5% dei pazienti con forma critica di Covid-19. Si tratta di geni importanti per produrre gli interferoni di tipo primo che nella fase iniziale di un’infezione virale, prima che si inneschino le risposte dell’immunità specifica con produzione di anticorpi e linfociti T, sono prodotti dal sistema immunitario e dalle stesse cellule delle vie respiratorie infettate dal virus con l’obiettivo di ridurre il più possibile la replicazione virale”.

Se per ragioni genetiche un individuo non è in grado di produrre interferone di tipo primo il virus rimane libero di replicarsi e riesce così a diffondersi in modo molto maggiore nell’organismo. Ma i ricercatori hanno fatto anche un’altra osservazione. “Il 10% dei soggetti con Covid-19 critico – conclude l’esperto – senza difetti genetici aveva degli autoanticorpi contro gli interferoni di tipo primo che ne bloccavano l’attività lasciando il virus libero di replicarsi”.

Si tratta di osservazioni destinate a ripercuotersi sulla terapia con il ricorso per esempio, in una fase molto precoce della malattia, agli interferoni nei pazienti incapaci di produrli o con interventi che permettano di eliminare gli anticorpi contro gli interferoni nei pazienti che li presentano.

Vaccini, ma non solo

Anthony Fauci, Direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID) del National Institutes of Health (NIH) di Bethesda. Presente virtualmente al congresso, ricorda che i vaccini non sono l’unica via d’uscita dalla pandemia.  

“Essendo recentemente entrati nel secondo anno di questa storica pandemia di Covid-19 siamo tutti comprensibilmente esausti, desiderosi di dare fine alle sofferenze, alle tragiche morti e ai vincoli che la pandemia ha imposto alle nostre vite. Straordinariamente, abbiamo realizzato in tempi record – spiega Fauci – diversi vaccini contro Covid-19 che hanno dimostrato grande efficacia offrendoci la speranza di avere in mano gli strumenti per sconfiggere il Sars COV 2.

Nonostante i vaccini siano essenziali per raggiungere tale obiettivo, ovviamente non possiamo considerarli la nostra unica via d’uscita dalla pandemia. È necessario agire su due fronti: vaccinare quante più persone possibili nel più breve tempo possibile continuando nel contempo a seguire le misure di prevenzione di salute pubblica. Possiamo porre fine a questa pandemia ma quando vi riusciremo dipende dall’impegno di ognuno di noi ad essere parte della soluzione”.

“Obiettivo scientifico della nostra società è quello di una visione trasversale dell’ allergologia e dell’ immunologia segnala il presidente SIAIP Gian Luigi Marseglia, Direttore della Clinica Pediatrica dell’Università di Pavia, Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo – Non è cioè focalizzata solo alle malattie squisitamente allergologiche o squisitamente immunologiche, ma alla valutazione di tutte le patologie in cui allergologia e immunologia rappresentano il denominatore comune delle malattie del bambino. Ecco perché noi ci occupiamo anche di reumatologia, degli aspetti immunologici delle malattie gastroenteriche, degli aspetti allergologici a immunologici delle malattie del sistema nervoso centrale e così via”.

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