Covid-19, perché preoccupano le “varianti” del virus Sars-CoV-2

Variante inglese, brasiliana e sudafricana del Covid-19: quanto sono aggressive, come si trasmettono e cosa accade con test e vaccini

Federico Mereta Giornalista Scientifico Laureato in medicina e Chirurgia ha da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica: raccontare la scienza e la salute è la sua passione. Ha collaborato e ancora scrive per diverse testate, on e offline.

Più o meno 4000. Tante sarebbero le piccole o grandi “mutazioni” che caratterizzano il percorso evolutivo del virus Sars-CoV-2 e che mettono in ansia gli esperti di tutto il mondo, soprattutto perché non si sa ancora con precisione se e come i vaccini disponibili modificheranno la loro azione protettiva, mediata dalla sintesi di anticorpi indotta dall’immunizzazione, nei confronti di queste varianti del virus.

Sia chiaro: non si tratta di un processo nuovo. I virus, infatti, tendono ad “adattarsi” all’ospite e se intervengono fattori esterni come appunto un vaccino, possono anche “cambiarsi” in piccole parti. L’importante è monitorare la situazione e vedere se e come il virus sta cambiando, ricordando che quanto più la vaccinazione su larga scala è rapida, tanto minore può essere il rischio di questa possibilità.

Attenzione però: mentre i test molecolari, quelli “classici” che si fanno con il tampone e richiedono tempo, possono essere adattati rapidamente alle eventuali varianti emergenti, i test “rapidi” o antigenici potrebbero non avere la stessa accuratezza perché sono stati sviluppati per il virus “originale”.

Perché il virus “varia”?

Il virus Sars-CoV-2, che più circola oggi nel mondo, ovviamente in modo invisibile e solo per specifiche caratteristiche, probabilmente non è più soltanto il medesimo che ha dato il via all’epidemia un anno fa. Il motivo? Quanto più la popolazione (purtroppo) diventa immune al ceppo circolante, tanto maggiori sono le necessità per il virus di “modificarsi” per un meccanismo di “autopreservazione”: il virus insomma tenta come può di sfuggire ai sistemi di difesa dell’organismo.

E come si verifica questo fenomeno? O perché ci sono tanti casi d’infezione in una determinata popolazione, che quindi diventa immune avendo contratto l’infezione naturale, o perché con la vaccinazione si sono raggiunte molte persone. Non è quindi un caso, in questo senso, che le varianti più temibili abbiano preso il nome di aree in cui ci sono stati moltissimi casi d’infezione da Sars-CoV-2.

Brasile, Inghilterra e Sudafrica

E’ il caso ad esempio del Brasile, con la variante Brasiliana, o del Regno Unito, con quella definita “inglese” e quella sudafricana. Ma andiamo con ordine. Stando a quanto riporta una circolare recentemente emessa dal Ministero della Salute, la variante brasiliana è stata per la prima volta segnalata dal Giappone all’inizio del 2021 e al 25 gennaio era stata osservata in otto Paesi, Italia compresa.

Presenta specifiche mutazioni – 11 per l’esattezza, sulla proteina Spike (quella che caratterizza gli “spunzoni” che appaiono sulla superficie del virus e verso la quale si producono gli anticorpi in seguito a vaccinazione). In Brasile, stando a quanto riportato in un’analisi effettuata nella regione di Manaus, appare oggi dominante rispetto agli altri tipi di virus, probabilmente perché si trasmette più facilmente.

La variante “inglese”, oggi, è la più conosciuta. Anche questa, in poche settimane, ha “spodestato” nel Regno Unito i ceppi di Sars-CoV-2 che prima circolavano di più. Sempre stando ai report del 25 gennaio scorso, si sarebbe già manifestata in 70 Paesi: appare in grado di essere maggiormente trasmissibile rispetto ai ceppi originali e ci sono evidenze, per ora non definitive, che sarebbe anche più “cattiva” in termini di gravità.

In questo senso va segnalato il richiamo del Centro per il Controllo delle Malattie (CDC) degli USA, che segnala come la variante inglese del coronavirus, conosciuta anche come B.1.1.7, sia più letale del ceppo originale del virus. Si sta valutando se e come questa variante risponda meno alla vaccinazione con i vaccini attualmente disponibili ma le notizie in questo senso appaiono incoraggianti.

Infine, pur se le informazioni non sono ancora definitive, grande attenzione si sta ponendo in senso epidemiologico sulla variante “sudafricana”. Anche questa è stata rilevata nel dicembre dell’anno scorso e sarebbe già diffusa in 31 Paesi: le mutazione della proteina Spike in questo caso appaiono più significative. Questo potrebbe portare ad una minor efficienza dei test per la diagnosi e soprattutto in termini di rischio di nuova infezione in chi ha già contratto Covid-19 e di efficacia protettiva della vaccinazione con i vaccini oggi disponibili, anche se per questo secondo aspetto non ci sono ancora rilevazioni definitive.

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