Covid-19, la paura del coronavirus aumenta i rischi dell’infarto

A evidenziarlo ci ha pensato una ricerca i cui dettagli sono stati pubblicati sulle pagine dell'European Heart Journal

Federico Mereta Giornalista Scientifico

Il tempo è cuore. Ed ogni minuto conta per la salute del muscolo più importante del nostro corpo. Quando compare il dolore al petto che sale verso la gola e si espande alle spalle e alle braccia, bisogna subito recarsi al pronto soccorso. Prima si arriva con le cure, ridando sangue e ossigeno all’area di cuore che sta soffrendo, tanto maggiori sono le possibilità di limitare i danni e migliorare la salute futura.

Purtroppo, in questi mesi di Covid-19, il timore del contagio da coronavirus ha fatto sì che molte persone non abbiano seguito questi semplici regole. E, puntuale come un orologio, il cuore ci ha fatto pagare il conto, con un incremento dei decessi. A dirlo è uno studio della Società Italiana di Cardiologia pubblicata su European Heart Journal.

In tempi di virus triplica la mortalità per infarto acuto

La ricerca, coordinata dalla Società Italiana di Cardiologia (SIC), è stata condotta in 54 ospedali, per valutare i pazienti acuti ricoverati nelle Unità di Terapia Intensiva Coronarica (UTIC) nella settimana 12/19 marzo – tra i periodi più intensi della pandemia di Covid-19 – confrontandola con quella dello stesso periodo dello scorso anno.

“Il nostro studio, durante il periodo Covid-19, ha registrato una mortalità tre volte maggiore rispetto allo stesso periodo del 2019, passando al 13.7% dal 4.1% – spiega Carmen Spaccarotella, co-autrice dello studio. Un aumento dovuto nella maggior parte dei casi a un infarto non trattato o trattato tardivamente. Infatti, il tempo tra l’inizio dei sintomi e la riapertura della coronaria durante il periodo Covid è aumentato del 39%. Questo ritardo è spesso fatale perché nel trattamento dell’infarto il tempo è un fattore cruciale. L’età media di questi pazienti è stata di 65 anni”.

Anche se può sembrare una buona notizia, purtroppo, la ricerca dimostra anche che i ricoveri per infarto si sono ridotti di oltre il 60%. La riduzione dei ricoveri per infarto è stata maggiore nelle donne rispetto agli uomini. Un altro dato importante riguarda anche il fatto che i pazienti ricoverati sono stati in media ospedalizzati più tardi.

La riduzione dei ricoveri per infarto è stata registrata in modo omogeneo in tutto il Paese: Nord e Sud 52,1% e 59,3% al Centro. Questo dato colpisce perché, mentre al Nord era logico attendersi una riduzione dei ricoveri, al Sud, dove la percentuale dei contagi è stata significativamente più bassa, la paura di accedere ai servizi sanitari risulta meno coerente in quanto i letti erano disponibili e rimasti non utilizzati.

“Una riduzione simile a quella dei ricoveri per infarto è stata registrata anche per lo scompenso cardiaco, con un calo del 47% nel periodo Covid-19 rispetto al precedente anno – osserva Pasquale Perrone Filardi, Presidente eletto SIC –. La riduzione dei ricoveri per scompenso cardiaco è stata simile tra gli uomini e le donne.

Una riduzione sostanziale dei ricoveri è stata osservata anche per la fibrillazione atriale, con una diminuzione di oltre il 53% rispetto alla settimana equivalente del 2019, così come è stata registrata una riduzione del 29,4% di ricoveri per malfunzione di pace-maker, defibrillatori impiantabili e per embolia polmonare”.

Perché ogni minuto conta

In caso di infarto acuto, l’urgenza nelle cure è fondamentale per accorciare i tempi di accesso all’angioplastica con stent (il condotto che dilata l’arteria coronarica che si è chiusa), intervento indispensabile per riaprire le arterie coronarie in cui il sangue è bloccato.

Per questo, occorre ricordare che se si manifestano i segni tipici dell’infarto non bisogna indugiare e chiamare prontamente i soccorsi. Sul fronte dell’organizzazione sanitaria, poi, bisogna anticipare il più possibile la diagnosi, magari con un elettrocardiogramma già prima dell’arrivo in ospedale.

Così l’ambulanza può virare direttamente verso una struttura in grado di effettuare immediatamente l’angioplastica (con il palloncino che dilata l’arteria occlusa) magari evitando anche il passaggio e le conseguenti perdite di tempo in pronto soccorso.

Insomma, se l’infarto viene riconosciuto subito, il paziente non dovrebbe finire in accettazione ma andare subito nel laboratorio di emodinamica, dove si può procedere alla terapia. Sia chiaro: per alcune persone, in condizioni di particolare gravità e magari con perdita di coscienza, ritardare le cure anche di pochi minuti può significare il diaframma tra la vita e la morte. Ma arrivare presto è fondamentale per tutto.

Anche fra i pazienti che arrivano in Pronto Soccorso in condizioni più stabili il ritardo ha un impatto negativo, seppure leggermente inferiore. Perdere tempo in caso di infarto  provoca sempre un inaccettabile aumento della mortalità: più si indugia maggiore è la quantità di muscolo cardiaco che viene perso e sostituito da tessuto fibroso, non contrattile, con importanti conseguenze nella qualità di vita del paziente.

L’angioplastica primaria è un intervento mini-invasivo con cui si “libera” l’arteria responsabile dell’infarto e si posiziona uno stent che mantiene aperto il vaso malato. In Italia si effettuano ogni anno circa 160.000 angioplastiche coronariche e quasi 40.000 angioplastiche primarie.

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