Covid-19, l’importanza dello smart working per chi soffre di tumore

Per le categorie fragili, in particolare per i pazienti con tumore, il lavoro agile è un'importante opportunità: gli studi degli esperti

Federico Mereta Giornalista Scientifico

Smart working. Meglio dire lavoro “agile”, con un termine italiano che più correttamente si adatta alla realtà che viviamo. Con la pandemia da Covid-19 è emersa questa realtà, sempre più diffusa, ed ora ci si interroga su quanto potrà andare avanti in futuro come risorsa, soprattutto per alcune categorie di lavoratori fragili, come i pazienti con tumore.

Sono 377.000 le nuove diagnosi di tumore in Italia nel 2020 e quasi 4 milioni gli italiani che convivono con una diagnosi di cancro, decine di migliaia in trattamento: i tassi di mortalità si riducono e la sopravvivenza si allunga, ma spesso per i pazienti e per chi li assiste è complicato conciliare la vita professionale e lavorativa con la malattia, scandita da accessi continui in ospedale per esami, visite, terapie mediche e riabilitative.

Per questo 39 Associazioni pazienti riunite in “La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere”, propongono di esplorare nuove vie per il futuro della post-pandemia e soprattutto di valutare l’importanza del lavoro agile per chi sta affrontando una condizione di malattia complessa.

Un’opportunità da sfruttare

La consultazione online fatta tra le associazioni ha confermato che i lavoratori più fragili considerano il lavoro agile un’importante opportunità e ha evidenziato i possibili interventi che potrebbero favorire un nuovo modo di lavorare, adeguato e formato.

I lavoratori che convivono con un tumore segnalano come il lavoro agile presenti dei vantaggi dal punto di vista produttivo, clinico, psicologico e della vita privata: per una persona che si trova ad affrontare un tumore è fondamentale continuare a sentirsi socialmente utile e poter mantenere per quanto possibile le proprie attività e il proprio ruolo. La conferma viene anche dagli psicologi.

Secondo Claudia Borreani, Psicologa Responsabile SSD di Psicologia Clinica Fondazione IRCCS Istituto Nazionale Tumori di Milano, “mantenere il posto di lavoro per i lavoratori più fragili come i pazienti affetti da tumore e agevolare il più possibile le modalità lavorative, permettendo alla persona di sentirsi parte di qualcosa, attiva e produttiva nonostante la malattia, è importante ma la questione è complessa.

La dimensione del lavoro è necessaria per motivi economici e di identità e ruolo personale. La malattia non può e non deve spazzare via una vita di lavoro, soprattutto se ci sono le condizioni per proseguire l’attività che va garantita e tutelata. Naturalmente molto dipende dalle singole situazioni, dal tipo di lavoro, dalle aspettative, dall’attaccamento al lavoro e dai bisogni che sono diversi per ogni persona”. Insomma: se il valore intrinseco del lavoro deve essere garantito, la qualità e la modalità del lavoro non è solo risolvibile con il lavoro agile.

“Ci sono persone per le quali il lavoro è centrale, una risorsa della loro vita, un valore importante; altre che il lavoro lo subiscono per varie ragioni – riprende l’esperta. Le prime traggono grandi soddisfazioni dal lavoro, per cui la malattia affrontata mantenendo viva la dimensione lavorativa ne trae gran beneficio; per le seconde la malattia diventa un’opportunità per smettere di lavorare.

Tutto questo ha a che fare con il tipo di lavoro, con le motivazioni, l’età e le fasi della vita. In ogni caso una diagnosi di tumore mette la persona di fronte a una scelta importante nella quale sono in ballo i valori che ognuno attribuisce alla vita. L’ideale sarebbe non essere costretti a scegliere.

Certo è che per alcuni il lavoro è una risorsa formidabile, una risorsa importantissima, per altri il lavoro diventa un fardello eccessivo che mal si concilia con la malattia. La normativa dovrebbe prevedere una rimodulazione e rinegoziazione, tutelando il lavoro ma adattandolo anche alle effettive possibilità di una persona che vive una condizione di grave disagio fisico e psicologico come un tumore”.

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