Covid-19, la vitamina D potrebbe proteggere in caso di infezione da Sars-CoV-2

Grazie alla sua attività anti-infiammatoria la vitamina B potrebbe proteggere in caso di infezione da Sars-CoV-2. Come assumerla

Federico Mereta Giornalista Scientifico

Siamo tutti abituati a pensarla come un naturale e fondamentale strumento per mantenere la salute delle ossa, grazie all’azione positiva sulla disponibilità di calcio e fosforo per l’organismo. Ma non si può e non si deve pensare solamente all’osteoporosi quando si riflette sull’utilità della vitamina D, perché ha diversi ruoli positivi per l’organismo, tra cui un’azione di stimolo alle difese immunitarie.

Per questo se ne parla anche in chiave di possibile utilità in termini di difese per il coronavirus Sars-CoV-2. Al momento non si può dare una risposta definitiva, ma uno studio apparso su Aging Clinical & Experimental Research sembra offrire indicazioni interessanti, tutte da confermare.

Osservata un’associazione con minore mortalità

Parliamo di associazione e non di correlazione. Questa differenza, anche se può apparire solamente semantica, è invece importante in medicina. La ricerca congiunta tra l’Università Anglia Ruskin e l’Ospedale Queen Elizabeth di Londra, infatti, offre solamente uno spaccato di rilevazione di dati, ma non segnala un preciso rapporto causa-effetto.

Fatta questa necessaria precisazione, in ogni caso, pare proprio che in base allo studio si possa osservare un’associazione tra livelli ridotti di vitamina D e maggior impatto della patologia, sia in termini numerici che sotto l’aspetto della gravità del quadro di Covid-19 e quindi della mortalità. In generale, infatti, tassi minori (ovviamente si parla in termini generali) di vitamina D sono stati osservati nelle popolazioni spagnole ed italiane, dove i tassi di letalità appaiono elevati.

Va detto che questa possibile associazione si potrebbe spiegare con l’azione che la vitamina D può giocare in termini di attività anti-infiammatoria, ovvero come elemento che può in qualche modo influire positivamente sulla “tempesta” di citochine che fortunatamente si manifesta solamente in pochi casi ma può essere alla base degli aggravamenti legati all’infezione da Sars-CoV-2.

Su questo fronte occorre però aggiungere un ulteriore dato, che viene dall’esperienza dell’ambulatorio Post-Covid del Policlinico Gemelli di Roma. Stando ai primi dati su soggetti che hanno superato l’infezione, snocciolati da Francesco Landi, docente di Geriatria all’Università Cattolica di Roma e responsabile del centro che segue le persone che hanno superato l’infezione, i valori di vitamina D sono estremamente bassi in queste situazione, specie se si tratta di anziani.

Chi rischia di più la carenza

In periodo di lockdown, nei mesi scorsi, forse siamo riusciti a mettere un ingrediente fondamentale per la produzione di vitamina D da parte dell’organismo, se siamo stati attenti all’alimentazione. Ma in qualche caso probabilmente non abbiamo reso disponibile a sufficienza l’altro ingrediente perché si assorba il calcio, basilare per la struttura ossea: la luce solare.

La carenza di vitamina D nella popolazione è sostanzialmente dovuta a due motivi: lo stile di vita sedentario, peggiorato durante la quarantena per il Covid-19 che ha limitato la possibilità di stare all’aria aperta e l’alimentazione, che anche con diete particolarmente attente, arriva ad impattare solo per il 20 per cento del fabbisogno di vitamina D.

Come riporta lo studio scientifico sulla popolazione europea sopracitato, esiste una sorta di “paradosso scandinavo”: si tratta di un fenomeno epidemiologico che vede una inattesa maggiore prevalenza di ipovitaminosi D nei Paesi del bacino del Mediterraneo rispetto ai Paesi del Nord Europa, nei quali è stata per tempo intrapresa una politica di fortificazione degli alimenti con vitamina D, basata sulla consapevolezza dell’inefficienza dell’irraggiamento solare.

Sul fronte dei potenziali pericoli, bisogna sempre ricordare che ci sono soggetti particolarmente a rischio di carenza, in particolare quelli che hanno un forte sovrappeso e un indice di massa corporea superiore a 30, negli adulti e soprattutto negli anziani sarebbe importante lasciare almeno quaranta minuti al giorno di esposizione alla luce del sole.

L’età è sicuramente un fattore chiave per la disponibilità di vitamina D, che tende a ridursi soprattutto negli anziani, ma non bisogna dimenticare nemmeno che cure prolungate con farmaci derivati dal cortisone possono influire sulla presenza di vitamina D nell’organismo.

Sul fronte alimentare, altro mattone fondamentale per avere un giusto quantitativo di vitamina D, conviene dare via libera al pesce: consigliati sono in particolare i pesci grassi, come gli sgombri o il salmone. Anche alcuni formaggi grassi (occhio al colesterolo però) oltre a uova e burro possono rappresentare una buona fonte di questa vitamina.

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