Covid-19, la dieta chetogenica potrebbe aiutare a ridurre la “tempesta” di citochine

La dieta chetogenica, a basso contenuto di carboidrati, potrebbe ridurre i rischi in pazienti con Covid. Ma bisogna agire subito ed evitare il fai da te

Federico Mereta Giornalista Scientifico

Togliere il cibo a quelle realtà invisibili che possono scatenare le reazioni improprie dell’organismo dopo infezione da virus sars-CoV-2 e quindi ridurre i rischi in caso di malattia grave. È questa la strategia studiata al Policlinico San Martino di Genova per ridurre, attraverso una dieta speciale, i rischi che si sviluppi la cosiddetta “tempesta citochinica” che tende a far peggiorare la situazione attraverso un’infiammazione diffusa, che coinvolge diversi organi.

Lo studio che fa ipotizzare questo possibile effetto dell’alimentazione è stato pubblicato su Nutrition ed è stato condotto da Samir Giuseppe Sukkar e da Matteo Bassetti, rispettivamente direttori della Dietetica e Nutrizione Clinica e della Clinica di Malattie Infettive dell’Ospedale Policlinico San Martino.

Stando a quanto riporta la pubblicazione, la somministrazione di un regime alimentare a basso contenuto di carboidrati e alto contenuto di lipidi in pazienti con Covid-19 potrebbe contribuire alla riduzione della mortalità, dell’utilizzo di ventilazione artificiale e della necessità di ricovero in terapia intensiva.

Ridurre lo stimolo alla produzione di citochine

La dieta chetogenica prevede una notevole restrizione dell’assunzione dei carboidrati. Questo comporterebbe una minore disponibilità di nutriente per i macrofagi M1, con conseguente controllo e limitazione della produzione di citochine, in grado di scatenare, se prodotte in quantità eccessive, la cosiddetta ‘tempesta citochinica’.

Lo studio, condotto tra febbraio e luglio 2020 su 102 pazienti Covid positivi afferenti al Policlinico, ha posto a confronto 34 persone che avevano seguito una dieta normocalorica, normoproteica chetogenica con 68 soggetti che avevano seguito, nello stesso periodo, una dieta comune, con risultati estremamente rilevanti sulla sopravvivenza a 30 giorni e sulla necessità di trasferimento in terapia intensiva. Entrambi i parametri sono infatti risultati minori nei pazienti sottoposti a dieta chetogenica.

È stato infatti fino ad oggi osservato che nei pazienti affetti da Covid-19 caratterizzati da un quadro più grave, ricopre un ruolo determinante la cosiddetta tempesta citochinica una risposta immunitaria esagerata messa in atto dall’organismo per difendersi dal virus. Tra i principali responsabili del rilascio di citochine, molecole implicate nel processo di infiammazione, vi sono i macrofagi M1, cellule che, quando si attivano, consumano esclusivamente glucosio.

“In questo studio, per la prima volta, consideriamo la nutrizione in una valenza non più di supporto ma anche terapeutica potendo contribuire fortemente a bloccare la grave complicanza del COVID-19 ovvero la tempesta citochinica, capace di contribuire al miglioramento della prognosi di pazienti affetti da Covid-19 – spiega Sukkar. Inoltre, anche se all’esperienza recentemente pubblicata farà seguito uno studio randomizzato controllato multicentrico per ulteriori conferme, ritengo che, allo stato attuale, sia fortemente necessario prendere in considerazione la dieta chetogenica soprattutto in soggetti positivi in cura presso il proprio domicilio”.

Niente fai da te

Lo stesso Sukkar ricorda che deve comunque trattarsi di un intervento molto precoce, in particolare nella prima settimana di malattia, perché essendo la dieta chetogenica basata sulla riduzione dell’attivazione delle cellule infiammatorie (macrofagi), non parrebbe avere un’efficacia terapeutica nel momento in cui l’infiammazione e la tempesta citochinica è già esplosa. E soprattutto non bisogna pensare di “curarsi da soli”.

“La dieta dovrebbe essere suggerita per i soggetti obesi, fortemente a rischio di complicanze da Covid-19 ma non può e non deve essere un fai da te – ricorda l’esperto. Particolare attenzione deve essere posta nei soggetti diabetici, nefropatici e donne in gravidanza in quanto, pur trattandosi di una dieta normocalorica, la ridotta presenza di zuccheri potrebbe essere pericolosa per soggetti in terapia insulinica, ipoglicemizzante o nefropatici. Occorre sempre chiedere al proprio medico se ci possono essere controindicazioni al suo utilizzo”.

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