Covid-19, ecco quali farmaci contrastano le varianti e come

Terapie monoclonali per le Spike del virus e antivirali diretti: le terapie che possono contrastare Omicron 5 e altre varianti

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Federico Mereta

Giornalista Scientifico

Laureato in medicina e Chirurgia ha da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica: raccontare la scienza e la salute è la sua passione. Ha collaborato e ancora scrive per diverse testate, on e offline.

I numeri non sono ancora tranquillizzanti, soprattutto per l’avanzata di Omicron 5, che appare maggiormente contagioso. Così, bisogna continuare a fare attenzione alla prevenzione, anche nei mesi estivi. Chi si aspettava che il virus fosse destinato a scomparire definitivamente in questo periodo, probabilmente dovrà ricredersi.

Ma la scienza non sta ferma, anche in vista di una possibile recrudescenza di Sars-CoV-2 nel prossimo autunno che, a prescindere da quelle che saranno le indicazioni per eventuali richiami alla vaccinazione, affronteremo comunque con armi terapeutiche sempre più efficaci. È fondamentale ovviamente considerare in questo senso gli anticorpi monoclonali e i farmaci antivirali diretti oggi disponibili. A ricordarlo sono gli esperti presenti a Bergamo in occasione del del Congresso ICAR – Italian Conference on AIDS and Antiviral Research.

Monoclonali su misura per le “Spike” del virus

Omicron 5, l’ultima variante che sta letteralmente prendendo spazio a quelle precedenti, ha come caratteristica delle mutazioni specifiche sulle proteine “Spike”. Abbiamo imparato a conoscere questo termine, che definisce appunto quegli “uncini” attraverso cui il virus si attacca alla cellula da infettare ed entra in essa. Gli anticorpi monoclonali sono molecole prodotte in laboratorio modificando gli anticorpi prodotti in riposta all’infezione naturale. La selezione avviene sulla base dell’affinità di legame fra l’anticorpo e la proteina Spike che il virus utilizza come chiave per entrare nelle cellule. L’anticorpo blocca l’ingresso del virus, impedendone la moltiplicazione.

Dalla comparsa di Omicron, l’efficacia di alcuni anticorpi monoclonali è stata messa in discussione, ma i recenti sviluppi hanno permesso degli aggiornamenti che permettono di guardare con fiducia al futuro. A mettere ottimismo sono gli stessi esperti. “Le aziende produttrici hanno delle vere e proprie librerie di monoclonali e possono produrne di nuovi in tempi relativamente brevi a fronte di nuove varianti con una proteina spike diversa – sottolinea Maurizio Zazzi, co-Presidente di ICAR. Con i frequenti cambiamenti del virus, si sono avute molte evidenze di variazione di attività dei monoclonali.

La buona notizia è che si inizia a capire meglio quali parti della proteina spike tendono a rimanere stabili nel tempo e questo aiuta molto nei criteri di selezione dei monoclonali meno soggetti alla perdita di attività con l’evoluzione del virus. Possiamo quindi rassicurare che abbiamo buoni anticorpi monoclonali anche per trattare le varianti più recenti come omicron BA.4 e BA.5, le quali potrebbero essere protagoniste di una nuova ondata autunnale”.

Antivirali specifici oltre le varianti

Nella sfida terapeutica al virus, ricordando che i loro effetti sono massimi nelle prime fasi dell’infezione, un ruolo importante è giocato dai farmaci antivirali diretti. Questi rispondono senza distinzioni alle varianti sin qui emerse. “Gli antivirali diretti sono composti chimici di sintesi, sviluppati per bloccare specifiche funzioni nel ciclo di replica virale – riprende Zazzi – Attualmente ne abbiamo tre a disposizione. A differenza dei monoclonali, che bloccano l’ingresso del virus nella cellula, gli antivirali fermano il virus all’interno della cellula stessa. Le funzioni virali colpite dagli antivirali non sono soggette a forte evoluzione come la proteina spike, quindi per il momento tutte le varianti rimangono sensibili agli attuali antivirali, incluse le recenti linee evolutive di Omicron BA.4 e BA.5”.

Come detto, la somministrazione deve essere il più precoce possibile, entro 5-7 giorni dall’inizio dei sintomi . La seconda fase dell’infezione è infatti dominata da meccanismi patogenetici indiretti e bloccare il virus diventa un beneficio clinico molto limitato o nullo. Le terapie sono tutte di breve durata, una singola somministrazione per i monoclonali, 3-5 giorni di terapia per gli antivirali. Gli esperti raccomandano però di non dimenticare mai che in prevenzione la vaccinazione è basilare.

“È doveroso ribadire che le terapie non sostituiscono la vaccinazione, ma la integrano con una cura per quei casi in cui, nell’impossibilità di vaccinare o nella mancata efficacia della vaccinazione, il paziente si infetti e sia valutato a rischio di sviluppare malattia grave – conclude Zazzi.

Si deve aggiungere che con i monoclonali è possibile anche un uso in profilassi, cioè per proteggere dall’infezione un soggetto fragile che non sia stato vaccinato o che non abbia risposto alla vaccinazione. Proprio pochi giorni fa la combinazione di due monoclonali, già approvati proprio per profilassi, ha dimostrato la propria utilità anche nel trattamento dell’infezione in persone non ospedalizzate con fragilità. Dunque i presidi per la prevenzione e la terapia migliorano e sono in continuo sviluppo, soprattutto a protezione delle persone a rischio di malattia grave. Assieme alla sorveglianza costituiscono la ricetta per gestire al meglio la pandemia.”