Covid-19, perché aumenta il rischio di depressione e come difendersi

Chi è venuto in contatto con il Covid-19 è cinque volte più a rischio di depressione. Donne e anziani sono i più esposti

Federico Mereta Giornalista Scientifico

Gli esperti la chiamano “sindemia”. È la combinazione pericolosa tra condizione di salute fisica e psicologica che Covid-19 può indurre non solo sulle persone che contraggono il virus, ma anche in chi vive accanto a loro e più in generale chi “subisce” le conseguenze economiche e sociali di quanto sta avvenendo.

Secondo gli esperti della società Italiana di Neuropsicofarmacologia (SINPF), in chi è entrato in contatto con il virus aumenta fino a cinque volte la probabilità di sintomi depressivi e soprattutto c’è il rischio di condizioni di questo tipo crescano in chi deve fronteggiare difficoltà economiche.

Le cifre preoccupano

Stando a quanto riportano gli studiosi, metà delle persone contagiate manifesta disturbi con un’incidenza del 42% di ansia o insonnia, del 28% di disturbo post-traumatico da stress e del 20% di disturbo ossessivo-compulsivo; inoltre il 32% di chi è venuto in contatto col virus sviluppa sintomi depressivi, un’incidenza fino a cinque volte più alta rispetto alla popolazione generale. Le donne e gli anziani sono ad altro rischio.

“Le condizioni sanitarie, economiche, sociali che si sono create a seguito della pandemia di Covid-19 hanno portato a una vera sindemia: alla malattia connessa all’infezione si è aggiunto un impatto enorme sul benessere psichico di tutta la popolazione, sia di chi è venuto a contatto col virus in maniera diretta, sia di chi non è stato contagiato ma vive sulla sua pelle le conseguenze della crisi in corso”, spiega Claudio Mencacci, co-presidente della Società Italiana di NeuroPsicoFarmacologia e direttore del Dipartimento Neuroscienze e Salute Mentale ASST Fatebenefratelli-Sacco di Milano.

“In chi è venuto a contatto col virus la probabilità di disagio mentale è più elevata, con un’incidenza di sintomi depressivi che cresce dal 6 al 32%; fino al 10% di chi ha perso un proprio caro per il Covid-19 andrà incontro a un lutto complicato che si protrarrà oltre 12 mesi, anche a causa delle regole di contenimento del contagio che hanno impedito a molti di poter elaborare il dolore, rivedendo un’ultima volta il congiunto per l’estremo saluto”.

Inoltre con il prolungarsi dello stato di emergenza e delle restrizioni alla socialità, al lavoro, alla possibilità di programmare un futuro, anche chi non è stato contagiato è sull’orlo di una crisi di nervi: dopo una fase iniziale in cui si è fatto il possibile per resistere e si combatteva soprattutto la paura del virus, ora sono subentrati l’esaurimento, la stanchezza, talvolta la rabbia.

“E ciò che preoccupa è soprattutto l’ondata di malessere mentale indotta dalla crisi economica: le condizioni ambientali e socio-economiche hanno infatti un grosso peso sul benessere psichico della popolazione e la pandemia di Covid-19 sta creando le premesse per il dilagare del disagio – conferma Matteo Balestrieri, co-presidente della Società Italiana di NeuroPsicoFarmacologia e professore ordinario di Psichiatria all’Università di Udine”.

Chi rischia di più e come difendersi

Ad alto rischio sono soprattutto le donne, più predisposte alla depressione e più toccate dalle ripercussioni sociali e lavorative del Covid-19: più degli uomini infatti sono state costrette a lasciare l’impiego, più degli uomini hanno sopportato e stanno sopportando il carico doppio del lavoro e della cura della famiglia durante i lock down più o meno rigidi che si sono susseguiti nell’ultimo anno.

Rischiano tuttavia anche i giovani dai 16 ai 34 anni, che hanno visto modificarsi la loro vita di relazione con la chiusura di scuole superiori e università e patiscono gli effetti della crisi sull’occupazione e la possibilità di entrare nel mondo del lavoro, e gli anziani, più fragili di fronte a contagi e disturbi mentali.

“Oggi la scienza sa dare risposte efficaci al bisogno di salute delle persone – conclude Balestrieri. Lo stiamo toccando con mano con il poderoso sforzo di ricerca che ha consentito di avere un vaccino contro Covid-19 con una rapidità impensabile soltanto dieci anni fa, ma è vero anche nel settore della salute mentale dove le terapie hanno cambiato volto e sono oggi in grado di migliorare enormemente la qualità della vita dei pazienti con disturbi psichici. A patto però che i farmaci, se necessari, siano sempre prescritti dal medico specialista, che poi deve gestire le cure assieme al medico di famiglia. Il fai da te, che temiamo sia adottato da molti in un momento difficile come quello attuale, rischia di non risolvere i problemi e di esporre anche a rischi per la salute”.

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