Covid-19, così il “casco” aiuta nei casi gravi

Il casco utilizzato in pazienti Covid-19 con insufficienza respiratoria acuta si conferma una cura in grado di ridurre il ricorso all'intubazione

Federico Mereta Giornalista Scientifico Laureato in medicina e Chirurgia ha da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica: raccontare la scienza e la salute è la sua passione. Ha collaborato e ancora scrive per diverse testate, on e offline.

Quando vediamo le immagini dei reparti in cui sono ricoverati i pazienti con Covid-19, a volte veniamo colpiti dall’immagine di un casco trasparente che viene calato sul loro capo. Le persone sembrano quasi dei palombari. Si tratta di uno strumento inventato e prodotto in Italia, con gli esperti di rianimazione italiani che sono diventati “alfieri” nel mondo dell’impiego di questa tecnologia. Ora questa strada “made in Italy” si conferma come opportunità di cura in grado di ridurre il ricorso all’intubazione.

A segnalarlo è una ricerca apparsa sulla prestigiosa rivista scientifica Jama, che dimostra come questo mezzo per il supporto respiratorio non invasivo riduce del 40% la necessità di ricorrere all’intubazione, rispetto all’ossigenoterapia ad alti flussi, che è considerata il supporto respiratorio ottimale in caso di ipossiemia, cioè di deficit di ossigeno nel sangue.

Così si “assistono” i polmoni

Il motivo principale di ricovero in rianimazione dei pazienti con Covid-19 è l’insufficienza respiratoria acuta, causata dalla polmonite interstiziale determinata dal virus Sars-CoV-2 e dalle reazioni che induce nell’organismo. Lo studio HENIVOT, coordinato da Domenico Luca Grieco e Massimo Antonelli (per il Gruppo di Studio COVID-ICU Gemelli), indica che il casco potrebbe essere il modo migliore per far ‘respirare’ questi pazienti, riducendo la necessità di ricorrere all’intubazione e alla ventilazione meccanica invasiva.

“Il casco è un approccio tutto italiano. Il suo uso non è frequente all’estero – spiega Domenico Luca Grieco, rianimatore presso la Terapia Intensiva del Columbus Covid2 Hospital-Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS – mentre l’ossigenoterapia ad alti flussi è stata finora considerata il gold standard per questi pazienti (come indicato dalle linee guida per i pazienti con ipossiemia grave del 2020).

Il ‘casco’  è stato utilizzato tantissimo durante questa pandemia, ma prevalentemente in Italia e il grande pregio di questo studio è che rappresenta la prima documentazione di efficacia del ‘casco’ rispetto all’ossigenoterapia ad alti flussi, che è uno strumento molto semplice da utilizzare ed è diffuso in tutte le terapie intensive del mondo. Il casco è un modo diverso di aiutare i pazienti, perché consente di erogare pressioni molto alte che permettono di ‘riaprire’ il polmone colpito dal processo infiammatorio e riducono la fatica respiratoria di questi pazienti.

Studi condotti in passato avevano dimostrato che l’uso di queste pressioni alte protegge il polmone da ulteriori danni durante la ventilazione. Inoltre, il casco è molto confortevole rispetto alle altre interfacce per la ventilazione non invasiva: questo consente trattamenti continuativi con poche interruzioni, che sembrerebbe essere una caratteristica fondamentale per evitare l’intubazione. In questo lavoro abbiamo confrontato gli effetti dell’ossigenoterapia ad alti flussi con quelli del casco. E i risultati dimostrano che il casco consente di evitare il ricorso alla ventilazione invasiva (intubazione) in circa il 40% in più dei pazienti. Ma i pazienti trattati con il casco devono essere strettamente monitorati, perché quando l’intubazione si dovesse rendere necessaria, non va ritardata, poiché farlo aumenterebbe la mortalità”.

I risultati sono promettenti

Quanto emerge dallo studio italiano andranno ovviamente confermati i da ricerche su un più alto numero di pazienti. Ma si tratta comunque di un’indicazione importante. “Lo studio HENIVOT, da noi coordinato – ricorda Massimo Antonelli, direttore Anestesia, Rianimazione, Terapia Intensiva e Tossicologia clinica della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS e professore ordinario di Anestesiologia e Rianimazione all’Università Cattolica, campus di Roma – è stato finanziato dalla Società Italiana di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva (SIAARTI)  e condotto in collaborazione con l’Ospedale di Rimini e le Università di Ferrara, Chieti e Bologna.

Questa ricerca, come tutto l’impegno profuso durante la pandemia, è frutto dell’enorme lavoro di squadra di anestesisti rianimatori, specializzandi, infermieri e di tutto il personale sanitario coinvolto nell’assistenza dei pazienti con Covid-19 nelle terapie intensive del Policlinico Gemelli e degli altri ospedali coinvolti”.

La ricerca ha preso in esame 109 pazienti arruolati presso le succitate unità di terapia intensiva italiane e ha dimostrato che il casco è sistema più performante per assistere i pazienti con insufficienza respiratoria acuta da Covid-19.

“Questo studio supportato da SIAARTI conferma che la società scientifica nazionale degli anestesisti-rianimatori è attiva in prima linea nell’identificazione di sempre nuovi e migliori percorsi terapeutici, e nell’indicazione appropriata dei devices –  sottolinea Flavia Petrini, presidente SIAARTI. L’opportunità di avere a disposizione tecnologie healthcare di ultima generazione progettate e sviluppate nel nostro Paese, ma soprattutto la capacità dei ricercatori italiani di identificare come le stesse vanno gestite e monitorate: tutto questo offre agli specialisti di terapia intensiva armi terapeutiche importanti e conferma la nostra vocazione professionale ad essere protagonisti nello sviluppo dei nuovi percorsi assistenziali e delle migliori best practice per i pazienti critici. Nostro auspicio di fronte allo studio HENIVOT è quindi che ciò che viene oggi testato con risultati così promettenti all’interno di una popolazione ancora limitata di pazienti, qualora supportato da evidenze ancora più robuste, possa diventare in tempi non lunghissimi un nuovo standard di cura per tutto il mondo delle terapie intensive”.

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