Covid-19, cosa possono dire i test sulla saliva

I test sulla saliva sono molto utili per individuare eventuali contagi, soprattutto in grandi ambienti come le scuole. Ma non sostituiscono i test molecolari

Federico Mereta Giornalista Scientifico

Testare. Tracciare. Fin dall’inizio della pandemia da Covid-19 queste due parole d’ordine risuonano nelle orecchie di chi deve seguire l’andamento dell’infezione. Solo riconoscendo precocemente le persone che possono aver contratto l’infezione, e magari non manifestano sintomi particolari, si può cercare di circoscrivere al meglio i focolai e fare in modo che la terza T, ovvero il trattamento, abbia gli effetti desiderati.

Al fine di aumentare ancora le potenzialità di individuare eventuali contagi, ora, stanno per arrivare i test sulla saliva. Potrebbero essere molto utili in chiave di screening, ad esempio nelle scuole, ma non possono sostituire i normali test molecolari da tampone naso-faringeo, necessari per la diagnosi.

Come si fanno

Le sperimentazioni su questa modalità di diagnosi stanno offrendo risultati sicuramente interessanti. Basti citare in questo senso uno studio condotto dall’Università di Singapore e apparso su Scientific Reports, che ha dimostrato su una popolazione raccolta in un dormitorio e in centro di assistenza per malati non gravi che questi esami sono in grado di raccogliere la positività al virus sars-CoV-2 dei soggetti con efficacia.

Soprattutto, la loro sensibilità sarebbe particolarmente utile, visto che sono stati in grado di identificare anche soggetti che non presentavano alcun sintomo e persone che avevano disturbi leggeri e comunque con una bassa carica virale, ovvero con “pochi” virus presenti nell’organismo. Ovviamente, a fronte di questi dati, non bisogna pensare che si tratti di esami che permettono con certezza una diagnosi. Per questo potrebbero essere considerati alla stregua dei cosiddetti tamponi “veloci” o antigenici, molto utili per lo screening ma che necessitano comunque di una conferma qualora sia necessaria la certezza diagnostica con test molecolare.

Fatte queste necessarie precisazioni sui test che dovrebbero arrivare, va detto che il “prelievo” del campione è più semplice rispetto al tampone che viene effettuato in alto nelle cavità nasali e in profondità nella bocca. Per questo si parla di questi mezzi come potenziali controlli di screening magari a campione soprattutto in grandi ambienti comunitari, come ad esempio le scuole, anche un bambino, infatti, può essere sottoposto all’esame senza particolari difficoltà.

In genere si procede consegnando un piccolo bastoncino che ha all’estremità un pezzetto di cotone (ma si può procedere anche con un batuffolino anche da sola, da tenere in bocca fino a che non si riempie della saliva presente). Una volta terminata questa fase, poi, si può passare a prelevare il campione e a porlo in una provetta sterile o in un piccolo contenitore di plastica che viene inviata al laboratorio per la successiva analisi.

Attenzione però: per l’eventuale diffusione su ampi numeri di questa strategia di screening occorre anche che ci sia l’organizzazione necessaria. Va infatti ricordato che la saliva può essere naturalmente molto “variabile” e quindi in alcuni casi potrebbe non essere ottimale per le apparecchiature attualmente impiegate per la ricerca dei “segni” del virus. Inoltre occorre pensare ad un laboratorio molto vicino ai punti in cui si effettua lo screening per non perdere qualcosa in termini di sensibilità dell’esame.

Rimane comunque una certezza: come il cosiddetto tampone antigenico o rapido anche i test salivari possono identificare la presenza di parti del virus Sars-CoV-2 e quindi informare sull’eventuale presenza o meno dell’infezione. Infine, c’è un altro aspetto da non sottovalutare: il test salivare potrebbe essere utile se il medico lo ritiene, in alternativa alla ricerca degli anticorpi, per vedere le reazioni difensive dopo un’infezione o dopo la vaccinazione.

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