Covid-19, come è nato l’anticorpo che viene dal sangue dei medici di Bergamo

Le ricerche continuano e ci vorrà molto tempo prima di giungere a un farmaco definitivo contro il Covid-19, ma qualcosa inizia a muoversi

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Federico Mereta

Giornalista Scientifico

Laureato in medicina e Chirurgia ha da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica: raccontare la scienza e la salute è la sua passione. Ha collaborato e ancora scrive per diverse testate, on e offline.

Siamo solo all’inizio. E ci vorranno anni prima di arrivare ad un vero e proprio farmaco da impiegare sui pazienti. Ma ci sono tante interessanti curiosità scientifiche e pratiche dietro la storia di una ricerca tutta italiana che ha premesso di mettere a punto un anticorpo specifico che si spera potrà essere in grado di bloccare le diverse varianti del virus Sars-CoV-2. In primo luogo, sul fronte clinico, se e quando arriverà potrà essere somministrato attraverso inalazione. Quindi in modo più semplice. Ma a colpire è soprattutto il percorso che ha permesso di arrivare a questo potenziale rimedio, messo a punto dai ricercatori di Labio 4.0 di Pomezia e dell’Università di Roma Tor Vergata. L’anticorpo infatti è stato è stato ottenuto dal sangue dei medici dell’Ospedale di Bergamo che hanno contratto l’infezione durante l’emergenza della pandemia.

Una ricerca italiana

Dieci medici e operatori sanitari dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo sono i veri “protagonisti” di questo racconto di ricerca. E dalla loro disponibilità è partito lo studio, tutto italiano, che descrive frammenti anticorpali umani inalabili efficaci contro il Sars-CoV-2, pubblicato su Molecular Therapy. La ricerca è frutto del lavoro di un gruppo di ricercatori del centro polifunzionale di ricerca e sviluppo Labio 4.0 Marino Golinelli di Pomezia dell’azienda italiana Alfasigma e del Dipartimento di Biologia dell’Università di Roma Tor Vergata. Tutto, come detto, inizia da Bergamo.

“Eravamo in contatto con l’ospedale di Bergamo per progetti oncologici e durante la pandemia ci hanno chiesto di provare a cercare soluzioni – è il racconto di Rita De Santis e Olga Minenkova del laboratorio di Biotecnologie di Pomezia. Abbiamo così ricevuto dieci donazioni di sangue di medici e operatori sanitari sopravvissuti a Covid-19, ognuno con una storia di malattia diversa”.

A questo punto inizia anche la collaborazione con l’Università. “Abbiamo fornito al gruppo di Biotecnologie di Alfasigma un reagente utile per l’espressione della proteina Spike di Sars-CoV-2 che avevamo appena ottenuto dalla Cina e selezionato gli anticorpi più efficaci nel bloccare l’entrata del virus in cellule umane – spiega Maria Gabriella Santoro, ordinario di Virologia dell’Università Tor Vergata di Roma”.

A quel punto, il via agli studi. Sono stati identificati i tre donatori che avevano sviluppato una risposta immunitaria più efficace contro il virus, poi i ricercatori hanno utilizzato il loro sangue per isolare geni che codificano per gli anticorpi. “Abbiamo così individuato sei anticorpi capaci di neutralizzare la proteina Spike impedendo l’ingresso del virus nelle cellule – proseguono le ricercatrici. Nei topi infettati con lo pseudovirus, l’infezione non era più misurabile dopo 48 ore dalla somministrazione dell’anticorpo mentre nei topi che non avevano ricevuto l’anticorpo o avevano ricevuto un anticorpo non attivo usato come controllo, l’infezione continuava ad aumentare”.

Cosa fanno i mini-anticorpi sintetici

Come detto, siamo solo all’inizio. Ma la speranza ovviamente c’è. Nello studio apparso su Molecular Therapy questi “mini-anticorpi” sintetici sono stati studiati per le proprietà di inibire il legame del virus alle cellule e per la capacità di contrastare l’infezione del virus sia in modelli cellulari che in modelli animali. “Lo studio infatti – spiega Santoro – dimostra che questo anticorpo riconosce una porzione della Spike che è essenziale alla funzione di ingresso del virus nelle cellule. Sarebbe così in grado di contrastare, anche a dosi molto basse, tutte le varianti della Spike note al momento dello studio e l’infezione nelle vie aeree mediante somministrazione nelle cavità nasali. Il nostro vantaggio competitivo sta nel fatto che abbiamo selezionato soltanto gli anticorpi più forti e resistenti, idonei perciò a essere utilizzati in aerosol. La possibilità di una somministrazione così agevole, rispetto a quella per via endovenosa, e l’efficacia a dosi molto basse è rivoluzionaria perché consentirebbe una sorta di “autogestione” del paziente con un abbattimento anche dei costi ospedalieri”. Sul fronte pratico, non bisogna avere fretta, in ogni caso, anche se la pandemia potrebbe accelerare i tempi di studio e validazione del potenziale farmaco. Si attendono ora i risultati di efficacia anche sulla variante Omicron. Le premesse per il futuro sono positive.