Così la giusta luce regola i ritmi del corpo

La luminosità ambientale è un importante regolatore dei ritmi del corpo. Come può essere usata per combattere l'insonnia

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Federico Mereta

Giornalista Scientifico

Laureato in medicina e Chirurgia ha da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica: raccontare la scienza e la salute è la sua passione. Ha collaborato e ancora scrive per diverse testate, on e offline.

Ce ne rendiamo conto ogni giorno. Se le serate si accorciano, come avviene ad esempio in autunno, è più facile sentirsi giù di morale. Quando come in primavera le giornate tendono ad allungarsi, considerando che si va verso l’estate, siamo più portati ad essere vitali e positivi. È solo un esempio di quanto la luminosità ambientale sia un eccezionale regolatore del corpo e dei suoi ritmi, con il necessario alternarsi tra giorno e notte. Ed è anche grazie ai mutamenti nella luminosità ambientale che tendiamo ad addormentarci e ci risvegliamo, con ritmi del sonno organizzati, riposanti e conseguente benessere nelle ore di veglia.

Viene da chiedersi allora come dovrebbe essere l’ottimale livello di luminosità ambientale nelle 24 ore, tanto a casa come in ufficio o al lavoro, anche considerando che la disponibilità di illuminazione artificiale può avere modificato i sistemi che, nel corso dell’evoluzione, ci hanno portato a sviluppare i tempi della cronobiologia. In questo senso, va segnalato un importante rapporto apparso su Plos Biology, che, mettendo assieme un team internazionale di esperti, ha provato a fare chiarezza su quanto e come dovrebbe essere presente la luce ambientale per favorire il benessere.

Raccomandazioni su misura

Dal lavoro scientifico, coordinato da Timothy Brown dell’Università di Manchester e Kenneth Wright dell’Università del Colorado Boulder, arrivano innanzitutto indicazioni significative sul “peso” che una giusta illuminazione può avere sui normali ritmi sonno-veglia. Cosa succede quando la luce diurna è troppo intensa o al contrario è troppo debole?

Ricordiamo che la luminosità contribuisce ad influenzare i ritmi del nostro corpo e i modelli quotidiani di sonno e veglia tramite l’azione di cellule specializzate dell’occhio. Queste utilizzano una proteina che risponde proprio agli stimoli luminosi, chiamata melanopsina. Questa, secondo quanto riporta il documento, non va confusa cone altre proteine che ​​nei bastoncelli e nei coni supportano la vista: peraltro proprio queste proteine vengono impiegate per misurare la luminosità di un ambiente. Ebbene, la melanopsina è più sensibile alla luce in una parte specifica dello spettro visivo (definito tecnicamente luce blu-ciano). Per questo, stando a queste raccomandazioni, occorre considerare il parametro tanto di definire un nuovo sistema di valutazione della luce, definito “illuminamento diurno melanopico-equivalente”.

Sul fronte delle applicazioni questa definizione potrebbe consentire di sfruttare al meglio la luce nelle diverse ore della giornata, anche grazie alle moderne tecnologie di illuminazione, per creare una sorta di “esposizione su misura” ai flussi luminosi durante le 24 ore, al fine di sviluppare percorsi mirati per i bioritmi di ognuno. Si tratta, come scrivono gli esperti sulla rivista scientifica, del “primo consenso scientifico, quantitativo, guida per appropriati schemi giornalieri di esposizione alla luce per supportare ritmi corporei sani, sonno notturno e prontezza diurna”. Ora bisogna solo fare in modo che queste indicazioni siano seguite in tutti gli ambienti, dalle abitazioni fino alle scuole, agli ospedali e ai luoghi in cui si passano molte ore.

Così la luce può diventare cura per l’insonnia

La luce può diventare anche uno strumento per “risincronizzare” il ciclo del sonno. Come? Attraverso tentativi dedicati per pazienti particolarmente complessi, si tenta di stimolare l’ipotalamo con un elemento cui è particolarmente sensibili: la luce. Insieme alle variazioni circadiane della temperatura corporea, che ci porta ad addormentarci quando il valore termico del corpo è ai minimi delle 24 ore cioè la sera, e ci fa svegliare quando questa sale, l’esposizione alla luce può aiutarci a combattere l’insonnia. E a differenza della temperatura corporea su cui non si può intervenire la terapia con la luce rappresenta una possibilità reale.

Le cellule cerebrali “specializzate” infatti ricevono gli stimoli della luce e del buio attraverso una via nervosa che parte dalla retina e arriva all’ipotalamo e all’epifisi, inducendo con il buio e bloccando con la luce la sintesi di melatonina.  Questo ormone è prodotto dall’epifisi durante la notte e interferisce con l’attività di alcuni neuroni del nucleo soprachiasmatico, per cui anche un aumento dell’esposizione alla luce o una carenza di stimoli luminosi possono alterare i ritmi del sonno.

Nasce su questi presupposti la fototerapia, che può essere messa in atto quando all’origine della mancanza di riposo c’è un’alterazione dell’orologio biologico dell’organismo che  regola il ciclo sonno-veglia: un’arma possibile il trattamento di quelle forme di insonnia che comportano una fase ritardata o anticipata del sonno.