Così il chirurgo è a fianco della donna nella sfida del tumore al seno

La scienza oggi mette a disposizione trattamenti specifici per la donna che deve affrontare un tumore al seno, con terapie neoadiuvanti che consentono di ridurre le dimensioni del tumore, prima di affrontare la sala operatoria.

Arrivare presto. È questo il primo “comandamento” per vincere il tumore al seno. Con più di 54.000 casi l’anno è la neoplasia più frequente nella donna. Ma per fortuna, grazie alla scienza sempre di più si riesce a curare al meglio, attraverso un trattamento che deve essere “su misura” per ogni paziente e che vede nel chirurgo un alleato fondamentale, a fianco della donna. La seconda parola d’ordine è quindi altrettanto chiara: personalizzazione. “Pensate solo che oggi il 25-25% dei casi di tumore interessa persone molto anziane ed una percentuale simile si osserva sotto i cinquant’anni: dobbiamo trovare, e siamo in grado di farlo, una risposta terapeutica su misura per ogni donna” – spiega Lucio Fortunato, Direttore dell’Unità Operativa Complessa Centro di Senologia dell’Azienda Ospedaliera San Giovanni-Addolorata di Roma”, in occasione della seconda Consensus Conference nazionale sulla Chemioterapia Neoadiuvante promossa dall’ ANISC (Associazione Nazionale Italiana Senologhi Chirurghi).

I tempi giusti per la sala operatoria

Ogni donna deve avere la sua cura. Caso per caso. Basti pensare che in alcuni casi conviene piuttosto attendere per l’operazione, facendola precedere da una terapia sistemica “neoadiuvante”, per poi procedere. In queste situazioni, il team multidisciplinare che segue la donna può vedere la necessità di una terapia chemioterapica che consenta di ridurre le dimensioni del tumore, prima di farla entrare in sala operatoria. “Questa strategia ha massimo significato per i tumori più “esuberanti” (in pratica maggiormente invasivi)” spiega il Dr. Fortunato. “In Italia, oggi, la chemioterapia neoadiuvante (ovvero da praticare prima dell’operazione di asportazione del tumore mammario) per alcuni tipi di tumori più sensibili a tale approccio, cioè quelli che esprimono particolari caratteristiche biologiche, viene effettuata in circa il 17% dei casi, contro una media europea che arriva quasi al 30%. La chemioterapia neoadiuvante, quando suggerita” indica sempre il Dr. Fortunato  “permette di ridurre il numero di mastectomie e di svuotamenti ascellari, anche nei casi inizialmente con metastasi linfonodali ma che ottengono una completa remissione all’esame istologico post-trattamento. È importante che si ragioni caso per caso, in base alle caratteristiche della paziente e del suo tumore, per poter dare alla donna la risposta più indicata in termini di percorso di cura”. Va detto che, in questo senso, la chirurgia rimane un passaggio chiave nel trattamento e negli ultimi anni è diventata sempre più precisa e rispettosa della qualità di vita della donna e della sua femminilità. “Proprio così” conferma l’esperto. “Siamo passati prima dalla mastectomia alla quadrantectomia ed oggi riusciamo ad essere ancor più precisi e limitati nell’intervento, quando ovviamente il tumore sia di dimensioni limitate, il che significa arrivare prima possibile alla cura. Ed anche quando è necessaria la mastectomia riusciamo a svolgere interventi conservativi garantendo spesso la conservazione del complesso areola capezzolo e la ricostruzione immediata nella stessa seduta operatoria per offrire e ad avere comunque un’attenzione massima alla qualità di vita della donna”. Questa logica di “attenzione” si riflette anche nell’analisi del linfonodo “sentinella”, ovvero il primo di drenaggio in grado di indicare lo stadio della malattia. “Se un tempo si praticava l’asportazione di tutti i linfonodi del cavo ascellare, oggi sempre più ci si basa sul linfonodo sentinella (una sorta di segnalatore che indica la presenza della patologia nel linfonodo stesso) ed anche se questo risulta positivo spesso si può evitare il ricorso all’intervento più allargato”.

Lo screening salva la vita

Anche dai chirurghi, in occasione di questo evento nazionale dell’ANISC, in ogni caso, giungono due inviti pressanti. Il primo è a fare riferimento a Centri di Senologia, le Breast Unit, strutturati per offrire un approccio multidisciplinare e dedicato. Il secondo è invece il richiamo allo screening come strumento per riconoscere presto un eventuale tumore. “Su questo fronte, esiste ancora una differenza tra nord e sud del nostro Paese: la sopravvivenza a 5 anni arriva al 91% nel settentrione e all’85% nel sud della penisola, anche perché occorre ottimizzare le opportunità di diagnosi precoce ovunque” – conclude il Dr. Fortunato. Le competenze per migliorare ancora la prognosi di questo tumore ci sono e già oggi, rispetto a trent’anni fa, abbiamo guadagnato un 30% di sopravvivenza a cinque anni”. Insomma: possiamo migliorare ancora per dare non solo vita agli anni, ma anche qualità della vita per le donne che affrontano il tumore al seno.

In collaborazione con Roche S.p.A.

 

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