Così i missili teleguidati attaccano le cellule malate nel mieloma

Negli ultimi anni, grazie a nuovi farmaci, le prospettive di cura di questa patologia sono decisamente mutate, con risultati positivi

Nella classifica dei tumori che colpiscono il sangue è al secondo posto. E’ il mieloma, che colpisce soprattutto gli anziani. Nel nostro Paese si stimano circa 5700 nuovi casi di mieloma multiplo, con un’incidenza di 3019 casi negli uomini e 2740 nelle donne. Negli ultimi anni, le prospettive di cura per questa patologia sono radicalmente mutate grazie a farmaci hanno permesso sia di raggiungere miglioramenti notevoli in termini di sopravvivenza libera da progressione e sopravvivenza globale, sia di offrire al paziente una buona qualità di vita. su questa linea ora si inseriscono i “missili” teleguidati, che nascono per arrivare dritti al tumore con l’obiettivo di eliminarlo.

Come funzionano le armi intelligenti

Il meccanismo d’azione di questi medicinali è davvero interessante. Agiscono con un meccanismo innovativo, in una sorta di partita a risiko con la malattia. Dapprima vanno a rilevare un “bug”, un punto debole sulla superficie della cellula patologica, un varco non protetto. Lì si infilano per rilasciare citotossine, anche 10.000 volte più potenti della chemioterapia standard, senza toccare o riducendo al minimo i danni ai tessuti sani. Questo sogno, che ricorda un po’ la storia del cavallo di Troia come astuzia di Ulisse per far entrare i greci nella città, è ormai una realtà, grazie a queste “armi”. Una di queste si chiama scientificamente belantamab mafodotin. Tecnicamente si tratta di un anticorpo monoclonaleconiugato”, composto cioè da due molecole: un anticorpo monoclonale umanizzato (belantamab)  specializzato a trovare la falla; un recettore espresso sulla superficie delle plasmacellule mielomatose, chiamato BCMA, antigene di maturazione dei linfociti B. Una volta legatosi alla superficie cellulare, belantamab entra rapidamente nella plasmacellula e “sgancia” mafodotin, un chemioterapico che blocca i processi vitali della plasmacellula, provocandone la morte attraverso un meccanismo definito di “apoptosi”. In senso figurato, belantamab mafodotin si comporta come un “cavallo di Troia”. A questa azione principale se ne affiancano altre di attivazione del sistema immunitario del paziente, che potenziano l’effetto anti-mielomatoso.  Il dato significativo è che questa nuova cura ha dimostrato negli studi clinici, e nella real life, di saper tenere a bada il mieloma e di aumentare la sopravvivenza in pazienti pluritrattati, per i quali non esistono ad oggi ulteriori possibilità terapeutiche.

Le prove dalle ricerche

Il trattamento con belantamab mafodotin, che prevede un’infusione endovenosa ogni 3 settimane, nello studio clinico registrativo DREAMM-2, pubblicato su Lancet Oncology, ha ottenuto un tasso di risposta globale del 32%. Oltre la metà dei pazienti (58%) ha raggiunto un’ottima risposta parziale o superiore e in alcuni casi completa. La sopravvivenza globale mediana è stata di circa 14 mesi, quasi triplicata rispetto ai risultati che oggi si raggiungono in pratica clinica. Numeri importanti, dunque, che aprono nuovi scenari nella lunga partita con il mieloma multiplo.

In collaborazione con GSK

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Così i missili teleguidati attaccano le cellule malate nel mieloma