Coronavirus Sars2-CoV-19, cosa dicono i tamponi e cosa i test sul sangue

Le principali differenze tra i due strumenti di diagnosi dell'infezione da coronavirus Sars2-CoV-19

Federico Mereta

Federico Mereta Giornalista Scientifico

Tamponi nasali o prelievi di sangue per riconoscere la presenza di anticorpi specifici sviluppati nei confronti del virus. Si rischia di fare confusione quando si parla di strumenti per diagnosticare l’infezione da coronavirus Sars2-Cov-19. Per questo motivo, è cruciale cercare di capire meglio quando possono essere utili i tamponi e quando, invece, è importante conoscere il valore degli anticorpi specifici contro il virus presenti nel sangue.

L’utilità dei tamponi

L’esecuzione dei tamponi nasali è molto semplice. Per eseguirli si utilizza un lungo bastoncino cotonato, che viene inserito nel naso o nel faringe. Con una semplice “toccatura” sulla mucosa, è quindi possibile vedere se in una determinata persona è presente il patrimonio genetico del virus. In tal caso, viene ovviamente fatta la diagnosi di infezione in corso.

Il tampone va processato in laboratorio e ciò richiede tempo. Su questo fronte, va segnalata la presenza di tecnologie sempre nuove che consentono di rendere più semplice l’analisi. Negli Usa, ad esempio, è stato recentemente approvato un nuovo test che si basa su tecnologie già utilizzate per identificare altre infezioni delle vie respiratorie (p.e. l’influenza).

Tale procedura consente di avere una risposta entro pochi minuti direttamente sul posto, grazie ad uno strumento di analisi portatile e dei necessari reagenti chimici. In questo caso, grazie al trattamento con i reagenti, da quanto viene prelevato con il tampone si può estrarre direttamente l’Rna del virus, cioè il suo patrimonio genetico.

Anche in Italia, peraltro, si stanno implementando sistemi in grado di consentire una risposta ultrarapida ai test: in venti minuti si potrà ottenere il responso grazie all’esame messo a punto in collaborazione tra A.Menarini Diagnostics e Credo Diagnostics Biomedical.

Con questa tecnica, una volta prelevato il campione naso o orofaringeo, si procede al suo inserimento in un flaconcino contenente un liquido – si tratta di un’operazione eseguita da personale sanitario – e alla successiva agitazione.

Il suo contenuto verrà quindi versato in un altro flaconcino, contenente il reagente che, una volta richiuso, verrà inserito all’interno di un sistema di laboratorio, avviando il processo di analisi. Entro 20 minuti lo strumento rilascerà il risultato sul proprio schermo, indicando negatività o positività del campione analizzato.

A prescindere dagli sviluppi tecnologici, che probabilmente permetteranno diagnosi sempre più rapide e precise, ci sono ancora possibilità che il test non renda completamente certa la presenza del virus, con conseguente ottenimento di risultati falsi negativi (situazioni in cui il virus è presente ma non viene riconosciuto).

In questo senso vanno sottolineati i risultati di uno studio condotto in Cina e pubblicato su JAMA, che dimostra come in quella popolazione (e nelle fasi iniziali dell’epidemia che si è poi diffusa nel mondo diventando pandemia) il test con tampone nasale sia risultato positivo nel 63% dei casi certi di Covid19. La possibilità che l’esame non identifichi la persona che ha in corso l’infezione, insomma, esiste.

Quando serve l’esame del sangue

Il controllo sul sangue, che si fa con un semplice prelievo, indica se una persona è entrata in contatto con il virus e ha quindi sviluppato anticorpi specifici. Questi sono i “soldati” del sistema immunitario espressamente deputati a difenderci nel caso in cui il virus entrasse di nuovo nell’organismo.

Al momento attuale, non essendoci dati certi sul rischio di una possibile reinfezione a breve termine (esistono solamente alcune osservazioni aneddotiche di soggetti che hanno sviluppato di nuovo l’infezione), chi ha sviluppato anticorpi mirati nei confronti delle proteine virali (ovvero gli antigeni) dovrebbe risultare protetto.

In sintesi, quindi, il test sugli anticorpi non ci offre una misura effettiva della quantità di virus presente, ma consente di sapere appunto se ci sono risposte mirate dell’organismo nei suoi confronti. La presenza degli anticorpi può non essere immediata e per questo possono essere necessari giorni prima che si riesca a individuarli.

L’esame non è ottimale per scoprire un’infezione in fase attiva, ma può comunque indicare se una persona ha effettivamente “incontrato” il virus, pur senza avere sintomi. Si tratta di un’informazione importante anche in chiave terapeutica, visto che proprio dagli anticorpi, prelevabili dal plasma di un soggetto, si potrebbero strutturare trattamenti in grado di favorire una miglior risposta di chi è malato nei confronti dell’infezione.

Inoltre, anche per un eventuale ritorno all’attività professionale da parte di chi ha “fatto” l’infezione, nel caso in cui fosse confermata l’effettiva protezione per il soggetto e la sua non potenziale contagiosità, il passaggio potrebbe essere più semplice.

Federico Mereta

Federico Mereta Giornalista Scientifico Laureato in medicina e Chirurgia ho da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica. Raccontare la scienza e la salute è la mia passione, perchè credo che la conoscenza sia alla base di ogni nostra scelta. Ho collaborato e ancora scrivo per diverse testate, on e offline.

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