Coronavirus, cosa cambia con l’isolamento

Tre ricercatrici italiane hanno isolato il virus. Ora sarà più facile trattarlo, trovare un vaccino e scoprire terapie mirate

Federico Mereta Giornalista Scientifico

Maria Rosaria Capobianchi, Francesca Colavita e Concetta Castilletti, segnatevi questi tre nomi. Sono tre donne impegnate nella ricerca scientifica, che hanno permesso di fare un passo avanti importante nella lotta al coronavirus che sta mettendo in ansia l’intero pianeta.

La loro ricerca, diciamolo con orgoglio, si è svolta in Italia, all’Istituto Spallanzani di Roma, dove è stato identificato il “nemico”. Non è la prima volta che questo isolamento si verifica nel mondo. Ma è un passo avanti in più per trovare nuove strategie per affrontare al meglio e forse domani prevenire con un vaccino, l’infezione da 2019-nCoV.

Cosa possiamo fare in più

C’è un primo dato importante che emerge dalla ricerca italiana. Il virus non appare mutato rispetto a quello identificato a inizio gennaio dai ricercatori cinesi che hanno studiato per primi i malati di Wuhan.

Questo sul fronte scientifico è importante considerando che le mutazioni aggiungono sempre un elemento di complessità. I coronavirus, di cui il 2019-nCoV fa parte come del resto era accaduto per i virus della SARS e della MERS, sono estremamente diffusi e sono responsabili di molti casi di raffreddore di questi giorni.

Ma questo ceppo ha qualcosa in più, come prova il fatto che può provocare polmoniti, sicuramente più pericolose in chi ha già altre malattie e ha comunque un sistema immunitario indebolito, come del resto avviene per l’influenza.

In ogni caso il virus viene dagli animali, si è “abituato” a trasmettersi tra gli esseri umani ma potrebbe anche cambiare, “umanizzandosi” ancora di più. Questo da un lato potrebbe condurre ad una maggior difficoltà a studiarlo, dall’altro a renderlo in pratica come i virus dell’influenza, che circolano sempre e si modificano ogni anno.

Fatta questa necessaria precisazione, il tassello di conoscenza aggiunto dall’indagine delle ricercatrici italiane può portare anche altri aspetti positivi: in primo luogo può rendere ancor più rapida la ricerca di un vaccino, che comunque richiede tempi tecnici difficilmente comprimibili prima di essere eventualmente disponibili. Poi potrebbe aiutarci a definire esami sempre più rapidi per identificare chi ha contratto l’infezione. Infine potrebbe consentire di scoprire terapie mirate.

Nuove cure possibili

Quando si parla di trattamenti antivirali, spesso la medicina va in difficoltà. Mentre per i batteri esistono gli antibiotici, per i virus non ci sono farmaci specifici, se non in pochissimi casi come ad esempio accade per il virus HIV, responsabile dell’Aids.

Avere a disposizione un “campione” da valutare in laboratorio, per capire come risponde ad eventuali cure già disponibili o ad altri trattamenti che si presentassero in futuro, è di grandissima importanza. In pratica si può testare in provetta sull’invisibile nemico quanto potrebbe accadere nell’organismo umano, proprio ora che si sta cercando un possibile trattamento efficace. Anche di questo possiamo rendere grazie alla ricerca italiana ed alle tre scienziate che, con il loro lavoro, hanno permesso questo risultato.

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