Chi va a letto tardi, rende meno al lavoro

Chi si addormenta tardi e dorme meno di 7 ore rischia di essere poco attivo ed efficace di giorno: come e quanto bisognerebbe dormire

Federico Mereta Giornalista Scientifico

Una rondine non fa primavera. Quindi è da prendere con le dovute cautele il risultato di una ricerca apparsa su Occupational & Environmental Medicine, che segnala come chi tende ad addormentarsi tardi, con le classiche abitudini del “gufo”, avrebbe maggiori possibilità di non essere propriamente al “top” nelle attività professionali, anche perché difficilmente riesce a raggiungere le sette ore filate di sonno che vengono consigliate come quota minima ottimale, ovviamente in confronto alle “allodole” che invece si svegliano presto. Insomma, per rimanere nell’ambito dei proverbi, ricordate che “il mattino ha l’oro in bocca”.

Attenzione al debito di sonno

Il nostro corpo ha bisogno del riposo. Ed è ovvio che, fatte salve le tendenze “scritte” nella cronobiologia di ogni persona – c’è che è più attivo la mattina presto e chi invece si sente in forma quando cala la sera – fondamentale è comunque avere le giuste ore di riposo ogni notte.

Per questo, stando all’indagine apparsa sulla rivista, ci sarebbero maggiori probabilità di prestazioni professionali meno “efficaci” in chi tende ad appisolarsi tardi e viene messo in moto dalla sveglia per andare al lavoro.

L’indagine ha preso in esame una popolazione della Finlandia, su una banca dati di circa 12000 persone nate nel 1966 ed intervistati intorno ai 45 anni. i dati finali sono relativi a oltre 2600 uomini e più di 3100 donne, in cui sono stati considerati sia i tempi del sonno sia le abilità lavorative e le informazioni su pensioni di invalidità o abbandono del lavoro.

Mettendo insieme questi elementi, si è visto che chi si sveglia presto la mattina, chi ha abitudini intermedia e i classici “gufi” che si appisolano solo nel cuore della notte per questi ultimi i punteggi in tutto ciò che riguardava sonno e salute generale sono risultati inferiori rispetto alle prime due categorie. Tra loro si è concentrato infatti un tasso più elevato di persone con insonnia, breve durata del sonno e difficoltà nei rapporti sociali, oltre che maggior rischio di trovarsi senza lavoro.

Più in genere, quasi una persona su quattro tra i “gufi” ha mostrato intorno ai 46 anni prestazioni inferiori sul lavoro, praticamente il “doppio” rispetto alle “allodole” che si svegliano presto la mattina.  Insomma: se è vero che chi ha l’orologio biologico che porta ad essere attivi la mattina tende a “rendere” di più, va anche detto che al momento non esiste un chiaro rapporto causa-effetto che spieghi i risultati dello studio. Si tratta infatti di una semplice associazione osservata e non di una correlazione.

Per tutti, ci vuole il giusto riposo

A prescindere da come si nasce e da come si sviluppano le tendenze al sonno notturno, in termini di abitudini, è fondamentale avere rispetto dei propri ritmi. Ci sono persone che normalmente vanno a letto presto e di conseguenza si svegliano presto: capita soprattutto tra gli anziani. Ma ciò che conta non è l’ora in cui ci si sveglia, quanto piuttosto la quantità e la qualità del sonno.

È indubbio che in questo periodo, tra le ansie per l’economia e la salute che tutti stanno vivendo, riposare bene e per il tempo giusto sia difficile. Ma chi riesce ad avere le classiche sette ore e mezza di riposo notturno (o giù di lì), soprattutto senza ripetuti risvegli (ricordate sempre la qualità del sonno), non dovrebbe preoccuparsi se la mattina si alza presto. Si tratta di ritmi e cicli che ogni persona sviluppa nel corso della vita. Quindi chi va a letto presto è naturale che si svegli prima di altri. Così come chi invece sta sveglio a lungo la sera, ha bisogno di tirarsi sul dal letto più tardi la mattina dopo. L’importante è dormire il giusto, perché il corpo ha bisogno di riposo.

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