Cancro, la giusta parola è una cura per contrastarlo

La sfida contro il cancro passa anche attraverso la corretta comunicazione tra medico e paziente su diagnosi e percorso terapeutico

Federico Mereta Giornalista Scientifico

Quando si intraprende un cammino assieme, occorre che le persone abbiano ben presenti gli obiettivi del loro percorso e soprattutto parlino la stessa lingua. Altrimenti c’è il rischio reale che uno dei due possa deragliare dalla strada intrapresa, non tanto per scelta quanto per oggettive difficoltà nell’impiego dei termini.

Così, quando la sfida è al cancro, diventa fondamentale che le parole abbiano un significato unico per il medico che le pronuncia e per il malato che le ascolta. Se il medico parla di “diagnosi” e il paziente traduce “paura”, se sentir dire recidiva si traduce con angoscia, sfidare la malattia è ancora più difficile. Per vincere questa “interruzione comunicativa” parte ora una campagna che punta proprio a favorire la costruzione di una lingua comune in oncologia.

Una sfida alle incomprensioni

L’iniziativa si chiama “Il senso delle parole – Un’altra comunicazione è possibile” e punta a rispondere all’esigenza di migliorare la qualità delle relazioni tra le persone con tumore, chi le assiste e i medici proprio a partire dalla parola, elemento chiave della relazione di cura.

La campagna è promossa da Takeda Italia in partnership con AIL – Associazione Italiana contro le Leucemie-Linfomi e Mieloma Onlus, AIPaSIM – Associazione Italiana Pazienti Sindrome Mielodisplastica,  Salute Donna Onlus, SIPO – Società Italiana di Psico-Oncologia e WALCE onlus – Women Against Lung Cancer in Europe e con il patrocinio della Fondazione AIOM. Da oggi fino al prossimo 8 novembre, sulla piattaforma web Il senso delle parole pazienti, familiari caregiver e specialisti potranno indicare i significati che associano a un gruppo di 13 vocaboli importanti che articolano la relazione di cura – prevenzione, diagnosi, tumore, prognosi, percorso, intervento, PET, metastasi, trattamento, remissione, recidiva, cronicizzazione, ricerca.

I vocaboli sono stati mappati da un gruppo di ricercatori guidati da Giuseppe Antonelli, Professore Ordinario di Linguistica dell’Università di Pavia. Dalla consultazione scaturirà, sotto la supervisione di un Board tecnico-scientifico, un Dizionario Emozionale, un Atlante delle parole chiave in oncologia con i significati condivisi tra specialisti e pazienti da diffondere nei Centri oncologici e nelle sezioni delle Associazioni.

Le incomprensioni tra medico e paziente possono avere ricadute negative sulle cure oltre che sulla relazione – spiega Antonelli – poter collaborare tutti insieme, linguisti, clinici, pazienti, associazioni dei pazienti, sociologi, psicologi, è un’ottima occasione per cominciare a colmare quel ritardo tra ricerca di una lingua comune e ricerca terapeutica. Da qui l’originalità dell’iniziativa “Il senso delle parole” e l’idea di arrivare a definire un vocabolario condiviso, capace di contribuire al miglioramento della relazione medico-paziente grazie ad una collaborazione, anche linguistica, fondata sulla fiducia e l’empatia”.

La comunicazione della diagnosi

Le parole tra medico e paziente sono considerate a tutti gli effetti come “momento di cura” eppure, non sempre c’è concordanza tra ciò che dice il medico e quanto percepito dal paziente specie quando si tratta di comunicare la diagnosi e il percorso terapeutico. Basti pensare solamente al momento della comunicazione della diagnosi: per il medico ha un chiaro significato, per il paziente la traduzione immediata di diagnosi diventa “paura”.

Come spiega Sergio Amadori, Presidente Nazionale AIL, “Il momento della diagnosi è uno shock, un trauma fortissimo. Il paziente è stordito, invaso da una carica negativa che aumenta se il medico non propone le diverse opzioni terapeutiche e il percorso da seguire in maniera graduale per permettere al paziente e ai famigliari di metabolizzare la nuova drammatica realtà”.

Prosegue Amadori: “Anche per il medico la comunicazione della diagnosi può comportare problemi, soprattutto se si tratta di dare una “cattiva” notizia, perché impreparato culturalmente a sopportare l’impatto emotivo dell’altro. La parola che si associa a diagnosi nella mente e nella psiche del paziente è “paura”. Legata all’incertezza dell’esito, alla precarietà della sua vita, allo sconvolgimento emotivo, relazionale, sociale e lavorativo che comporta una diagnosi di tumore del sangue per se stesso e per la sua famiglia. In questi casi il medico deve scegliere e curare le parole che dirà con grande attenzione, solo così sarà in grado di curare globalmente il paziente”.

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