Artrite reumatoide, scoperte nuove cellule che scatenano l’infiammazione

Scoperto il meccanismo che provoca l'infiammazione nell'artrite reumatoide. Nuova speranza nelle cure per le forme più gravi

Federico Mereta Giornalista Scientifico

Dell’artrite reumatoide spesso non ci sono sintomi premonitori, né esiste la possibilità di capire quando esordirà. Ma, soprattutto nelle donne in età fertile, la comparsa di dolori alle articolazioni che tendono a persistere per mesi deve mettere in guardia.

Potrebbe trattarsi di artrite reumatoide, una delle malattie reumatiche più diffuse, che deve essere riconosciuta prima possibile per iniziare la giusta cura indicata dal medico in ogni singolo caso. La scienza oggi ha scoperto che una popolazione cellulare specifica, i linfociti NK (Natural Killer), potrebbe giocare un ruolo importante nello stimolare la sintesi di proteine che facilitano la comparsa dell’infiammazione, aprendo la strada a nuove, possibili terapie per la malattia.

I meccanismi che provocano l’infiammazione

La scoperta che aspre le speranza per nuove terapie della patologia reumatica si deve ad uno studio degli scienziati dell’australiano Walter ed Eliza Hall Institute, guidati da Ian Wicks, apparsa sul Journal of Experimental Medicine.

L’attenzione degli scienziati si è concentrata sui meccanismi che conducono all’infiammazione delle articolazioni, l’elemento che contraddistingue questa malattia e ne allungano la durata, creando quindi quel “terreno” che porta al possibile aggravamento del quadro.

Sono stati studiati, sia su animali da laboratorio sia su cellule prelevate da pazienti, le varie realtà “partecipanti” alla risposta difensiva abnorme. Gli studiosi australiani hanno concentrato l’attenzione su un particolare gruppo di cellule, o meglio di linfociti, specifici globuli bianchi. Si tratta delle cellule Natural Killer.

Queste, parlando in termini di “Spy-Story”, si comportano come un piccolo nucleo di commandos: normalmente quando un virus entra nell’organismo, attaccano i nemici e, grazie alla loro “intelligenza” evitano di fare pesantissimi danni collaterali alle strutture da proteggere. Così il corpo, oltre a difendersi dalle infezioni virali, fronteggia le cellule tumorali.

Purtroppo però nelle malattie autoimmuni, in cui si verifica un’alterazione delle difese che non riconoscono più come proprie cellule e tessuti dello stesso organismo, la situazione cambia. Quindi, i linfociti Natural Killer diventano nemici e portano ad un aumento della produzione di una particolare proteina che entra in gioco nell’infiammazione, chiamata GM-CSF.

Questa proteina, ormai individuata come mediatore del processo infiammatorio,  diventa quindi un “motore” che mantiene alta l’infiammazione, peggiorando la situazione. Gli esperti, “togliendo” sperimentalmente la proteina, sono riusciti a vedere che l’infiammazione si riduce. E soprattutto hanno confermato che “mirando” anche alle cellule NK si potrebbe studiare una nuova strada per combattere la malattia.

Grazie a questa scoperta, in futuro, si potrebbero valutare nuovi possibili “target” per le cure delle forme gravi della malattia reumatica e magari individuare nuove soluzioni terapeutiche anche per altre patologie, come la sclerosi multipla.

Come si manifesta e cure

L’artrite reumatoide colpisce soprattutto le piccole articolazioni di mani e piedi, i polsi e le caviglie, ma può interessare anche ginocchia, anche, spalle e gomiti.

L’infiammazione causa gonfiore, arrossamento, dolore e riduzione della funzione delle articolazioni, che soprattutto la mattina possono rimanere rigide per decine di minuti. In circa quattro pazienti su dieci sono presenti in percentuale variabile affaticamento, depressione, anemia, osteoporosi, manifestazioni infiammatorie dell’occhio, della pelle e dei vasi sanguigni.

L’esordio dell’artrite reumatoide può essere acuto oppure più graduale, nell’arco quindi di settimane o addirittura mesi. L’evoluzione è più rapida nei primi sei anni di malattia, particolarmente marcata nel primo anno. L’incidenza dell’affezione è doppia nelle donne rispetto agli uomini anche se dopo i 45 anni il tasso aumenta progressivamente nel sesso maschile, fino a raggiungere i livelli del gentil sesso, anche per un possibile ruolo degli ormoni nella genesi del quadro.

L’approccio di cura, in tutti i casi, deve partire da un presupposto fondamentale. La malattia, che “rosicchia” le articolazioni ed è legata ad un’infiammazione difficile da affrontare, deve essere scoperta precocemente e affrontata di conseguenza. Per questo è fondamentale riconoscere precocemente la malattia e attivare rapidamente le terapie.

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