Alzheimer, gli effetti del caffè sulla memoria: quanto berne al giorno

Nuovi studi collegano gli effetti della caffeina ai processi mnemonici. Una nuova speranza, seppur non immediata, per i malati di Alzheimer

La caffeina potrebbe rappresentare un punto di svolta nella ricerca per la lotta all’Alzheimer.

Soffrire di Alzheimer vuol dire veder sfiorire dinanzi ai propri occhi i ricordi di una vita, che in fondo sono tutto ciò ci definisce. Un dramma che spinge alla costante ricerca di una cura, così come di un elemento in grado di contrastare la progressiva degenerazione.

Nello specifico la malattia comporta un declino lento ma inesorabile delle cellule nervose, così come dei contatti tra esse. Una patologia neurodegenerativa, che ad oggi è considerata irreversibile, dal momento che nessuna cura sperimentata è ancora riuscita a dare effetti confortanti e significativi.

Svariati i centri di ricerca impegnati nello studio dell’Alzheimer, al fine di scoprirne sempre più, avvicinandosi giorno dopo giorno a una possibile cura. Gli scienziati del Jean-Pierre Aubert Research Center, attivo presso l’Università di Lille, in Francia, hanno attuato un nuovo approccio.

Se è vero che il fattore primario per l’Alzheimer è l’invecchiamento, è innegabile come svolgano un ruolo in merito anche fattori ambientali e genetici. Per quanto semplicistico possa sembrare, il consumo di caffè pare avere una notevole incidenza su tale rischio.

L’attenzione dei ricercatori si è concentrata sulla caffeina, ovvero costituente principale del caffè che, numeri alla mano, è la bevanda più consumata al mondo dopo l’acqua. Si può dunque dire che la caffeina sia la sostanza psicoattiva più consumata al mondo in assoluto.

È già stato dimostrato come possa stimolare eccitazione, una più rapida elaborazione delle informazioni e in generale i processi cognitivi, nell’uomo e negli animali. Dei recenti sviluppi delle ricerche però dimostrano anche un’interessante connessione con i processi di memoria, con riferimento particolare alla memoria a lungo termine.

Un consumo regolare di caffè dunque potrebbe contribuire a ridurre il declino cognitivo durante l’invecchiamento dell’uomo. Una scoperta che, osservata da un punto di vista meramente pratico, porta a sottolineare come gli effetti protettivi della caffeina siano ottimali in dosi di 3-4 tazze al giorno. Gli studi proseguono e, pur essendo ancora presto per poter passare alla sperimentazione sull’uomo, è confortante sapere come le molecole derivate dalla caffeina siano oggetto anche di studi clinici in merito al morbo di Parkinson. Nessun annuncio rivoluzionario dunque, ma di certo una nuova speranza.

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