Alzheimer, un esame del sangue per scoprire precocemente la malattia

Allo studio un esame del sangue per individuare precocemente i soggetti a rischio Alzheimer: i primi segni della malattia precedono di anni la sua comparsa

Federico Mereta Giornalista Scientifico

Capire prima possibile che cosa sta accadendo nel cervello è fondamentale per poter sperare di frenare, in futuro, l’evoluzione della malattia di Alzheimer. È questo uno degli obiettivi della scienza, che ora, grazie ad una ricerca condotta al Florey Institute for Neuroscience and Mental Health in Melbourne e pubblicata su Neurology, potrebbe essere più vicino.

I ricercatori australiani hanno infatti individuato un esame del sangue collegato all’infiammazione che potrebbe indicare un maggior rischio di sviluppare alcune forme di demenza. Al momento i numeri non consentono di trarre conclusioni definitive e siamo solo nel campo delle speranze. Ma, si sa, ci vuole sempre un primo passo per aprire nuovi fronti, considerando che il quadro clinico tende ad aggravarsi col tempo ma è fondamentale porre attenzione ai primi segni che qualcosa non funziona per il meglio, in quella fase che la scienza definisce “Mild Cognitive Impairment”, ovvero il deficit della memoria che può fare da precursore per lo sviluppo della patologia conclamata.

Infiammazione, osservata speciale

Sia chiaro: la malattia di Alzheimer non è l’unica causa di deterioramento cerebrale, che può essere legato anche a problemi nell’irrorazione vascolare del cervello o a motivi meno comuni, come ad esempio gravi patologie della tiroide. In ogni caso, per questo tipo di condizioni, l’infiammazione può giocare un ruolo importante.

Per questo gli studiosi australiani guidati da Matthew Pase hanno concentrato la loro attenzione su un semplice esame del sangue (ricerca di un composto chiamato sCD14, che entra in gioco nella cascata infiammatoria) come possibile test per individuare i soggetti a rischio e quindi indicare chi potrebbe avere un maggior bisogno di essere seguito e, nel futuro, trattato con farmaci che potrebbero essere particolarmente attivi nelle prime fasi del decadimento.

Ovviamente il test andrà integrato con la ricerca dei biomarcatori più classici della malattia di Alzheimer, come l’amiloide o la proteina Tau. In ogni caso, lo studio apparso su Neurology ha preso in esame in due ricerche diverse poco meno di 5000 persone, di età media di 69 anni nel primo studio e di 72 nel secondo.

Ovviamente all’inizio dell’osservazione e nelle fasi successive, con un controllo durato per alcuni anni, oltre ai valori del marcatore si sono controllati anche la risonanza magnetica cerebrale e altri esami per valutare la situazione cerebrale. Il risultato di questi test è stato chiaro: quando vengono osservati elevati livelli di sCD14 nel sangue si osserva più facilmente, nel tempo, un deficit nel cervello e un invecchiamento del sistema nervoso, con conseguente declino cognitivo.

Al momento, siamo solo in fase iniziale ma in futuro, con numeri ancor più significativi, si potrebbe arrivare a definire con qualche anno di anticipo chi è più a rischio. Soprattutto, qualora si individuassero trattamenti in grado di agire su questo marcatore dell’infiammazione abbassandone i valori, si potrebbe sperare di avere un’azione indiretta sullo sviluppo del quadro neurologico.

I primi segni invisibili della malattia precedono di anni la sua comparsa

La ricerca australiana apre la strada per un approccio che sempre di più porterà a giocare d’anticipo sull’Alzheimer. L’accumulo di beta-amiloide, la proteina che causa la malattia, inizia circa trent’anni prima dei sintomi.

Stando a quanto emerso dallo studio DIAN (Dominant Inherited Alzheimer Network) che ha valutato soggetti sani e giovani portatori di mutazioni genetiche che fanno esordire la malattia intorno ai 50 anni nei loro genitori, ad esempio, già più di vent’anni prima dell’esordio del quadro si può trovare un basso livello di beta-amiloide nel liquor (il fluido che pervade il sistema nervoso centrale).

Ma già oggi la medicina è in grado di fare diagnosi precoci in casi selezionati grazie alla risonanza magnetica e soprattutto alla Pet (Tomografia ad emissione di positroni), con marcatori per il metabolismo del glucosio, visto che può segnalare un calo del metabolismo in particolari aree come quella anteriore e parietale del cervello.

Si può addirittura ricorrere alla Pet con marcatori per la proteina amiloide, in soggetti particolarmente a rischio. Ovviamente si tratta di test da fare solo in situazioni ben definite, ma fondamentali quando saranno disponibili terapie specifiche per le fasi iniziali di malattia. Arrivare presto, in futuro, sarà la sfida per poter pensare anche a cure davvero efficaci. In questo senso, lo studio australiano è una tessera del mosaico delle conoscenza che la scienza sta realizzando.

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