Alzheimer, il bisogno di sostegno e la speranza di una cura

Mentre la ricerca va avanti nella speranza di trovare una cura, il 21 settembre si celebra la Giornata Mondiale della malattia di Alzheimer

Federico Mereta Giornalista Scientifico

Il 21 settembre si celebra la Giornata Mondiale della malattia di Alzheimer. In Italia i casi si contano a centinaia di migliaia. Per chi ne soffre è una sorta di “nebbia” impalpabile che cala sul cervello, arriva a cancellare i ricordi, toglie l’autonomia.

E pesa sulle famiglie, che debbono accudire costantemente un padre, un nonno o un fratello che non riesce più a vivere come prima. Nel nostro Paese sono tante le iniziative di sensibilizzazione sul tema, sia sul fronte scientifico che su quello sociale. Ma tra i tanti problemi in cera di soluzione, si vede qualche sprazzo di luce. E anche la speranza di una cura che finalmente abbia un impatto sulla patologia degenerativa.

Tra terapie del futuro e impatti del lockdown

“Ad oggi – spiega Gioacchino Tedeschi, Presidente della Società Italiana di Neurologia – le terapie per la cura dell’Alzheimer sono in grado di mitigarne solo in parte i sintomi, ma non hanno alcun impatto sulla progressiva evoluzione della demenza, una volta che questa si sia manifestata. Abbiamo però una nuova speranza: grazie alla ricerca scientifica, l’FDA (l’ente che registra i farmaci negli USA) ha proprio di recente accettato di esaminare gli studi condotti sul farmaco aducanumab, un anticorpo monoclonale che si è dimostrato efficace nella rimozione dell’accumulo di beta amiloide, causa della patologia, nei soggetti che si trovano in una fase molto iniziale della malattia”.

Siamo solo all’inizio di un percorso, quindi non è proprio il caso di lasciarsi andare a facili ottimismi. Ma è importante osservare come un anticorpo monoclonale potrebbe, in futuro, riuscire a combattere direttamente il meccanismo che provoca la malattia, specie se riconosciuta precocemente. L’obiettivo del trattamento è “legare” i farmaci alla proteina patologica che si deposita e trascinarla via. In attesa del domani, la ricerca italiana segnala come Covid-19 abbia avuto un impatto particolarmente significativo sui disturbi di chi soffre di questa patologia e più in generale di demenza.

Stando ad un’indagine del Gruppo di Studio sul COVID-19 della Società Italiana di Neurologia per le demenze (SINdem), realizzata attraverso survey su 4.913 familiari di persone affette da demenza seguite in 87 Centri specializzati in tutta Italia, e pubblicata su Frontiers Psychiatry, la pandemia ha aggiunto ulteriori problemi. “Dallo studio – fa sapere Amalia Cecilia Bruni, Presidente eletto della SINdem – è emerso che, a un mese dall’inizio della quarantena, il 60% dei pazienti ha subito un peggioramento dei disturbi comportamentali preesistenti o la comparsa di nuovi sintomi neuropsichiatrici. In oltre un quarto dei casi questa nuova condizione è stata tale da richiedere la modifica del trattamento farmacologico. In generale i sintomi riportati più frequentemente sono stati l’irritabilità (40%), l’agitazione (31%), l’apatia (35%), l’ansia (29%) e la depressione (25%)”. Ovviamente, tutto questo ha avuto ripercussione anche sui familiari.

Occhio alle buone abitudini in prevenzione

Ad oggi non esiste una formula certa per prevenire la malattia di Alzheimer, ma ci sono evidenze che alcune semplici regole, come il controllo del peso, potrebbero essere d’aiuto in questo senso. La segnalazione giunge da una ricerca apparsa su Journal of Alzheimer’s Disease, che ha controllato con tecniche sofisticate l’apporto di sangue al cervello, considerando le diverse zone dell’organo. L’analisi ha riguardato oltre 17.000 persone.

In chi è sovrappeso o, peggio, obeso, ci sarebbe una riduzione nell’apporto di sangue e nutrimento a zone del cervello che hanno un ruolo significativo nella patologia, come ad esempio l’ippocampo o i lobi temporali e parietali, ovviamente in confronto a persone con il peso normale.

Spiegare questa associazione non è semplice, anche se un ruolo sembra giocato dall’infiammazione che, legandosi proprio all’eccesso di peso, potrebbe influire anche su questo fronte. Non è una conclusione definitiva né si deve pensare che conservando il peso normale si potranno eliminare i rischi, così come non è detto che chi ha la pancia sia destinato ad ammalarsi. Ma la prevenzione, attraverso le sane abitudini, può aiutarci a mantenerci in salute.

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