Anche io sono stata vittima dell’invisibile violenza ostetrica

Trattamenti irrispettosi, procedure mediche imposte senza adeguate informazioni e abusi in sala parto

Il 25 novembre, nel mondo, ricorre la Giornata contro ogni tipo di violenza, fisica e verbale, nei confronti delle donne.

Gruppi di persone, singoli e associazioni, durante questa giornata si mobilitano per ricordare che una donna va protetta e rispettata sempre e la violenza, anche quella apparentemente invisibile, è un sopruso nei confronti dell’intera umanità.

Ed è proprio a questo livello di invisibilità apparente che si riferisce quella violenza ostetrica di cui si è iniziato a parlare da pochissimo. Si tratta di una forma morbida e quasi giustificata di sopruso, al punto tale che molte donne non si accorgono di esserne state vittime.

In generale, molte donne quando subiscono una violenza diventano sottomesse a quell’azione. Oltre alla vergogna e al senso di colpa cadono nell’errata credenza di non poter fare nulla senza il loro carnefice o che comunque in qualche modo lui ne condizioni la vita.

Questo accade anche nel momento del parto, quando una donna non si rende conto che è stata in qualche modo violentata e, anzi, ringrazia l’ostetrica per averla fatta partorire perché da sola non ne sarebbe stata in grado.

Ed è proprio sulla violenza ostetrica che da qualche anno si è acceso un dibattito importante. Il 20 settembre del 2017 è stata presentata a Roma la prima ricerca nazionale sugli abusi di questa professione. Dallo studio condotto è emerso che il 21% delle donne ha subito una violenza fisica o psicologica durante la prima esperienza di maternità, mentre il 23% ha ammesso di non esserne sicura.

Riconoscere la violenza ostetrica infatti non è facile, ammettere che qualcuno faccia del male quando sta lavorando ad una cosa così bella e speciale come la nascita del figlio è davvero molto difficile.

Ci sono però alcuni atteggiamenti e parole alle quali prestare attenzione, per riconoscere i casi di violenza ostetrica come ad esempio il kristeller senza consenso, l’apertura forzata delle gambe o un cesareo non necessario. E ancora visite ripetute da parte di altri operatori in sala, con chiara invasione di privacy, episiotomia senza consenso o ritardi nella somministrazione di farmaci perché il parto “deve per forza far male”.
Anche le parole possono ferire, tra quelle che più creano un trauma a livello psichico ci sono “non ti muovere”, “stai stesa” “non sai spingere”.

Le future mamme, purtroppo, non giudicano queste azioni violente che le hanno fatto soffrire solo perché ringraziano chi le ha seguite durante la meravigliosa esperienza del parto.

Sull’argomento è intervenuto anche l’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ponendo l’accento sull’abuso e la mancanza di rispetto durante l’assistenza al parto presso le strutture ospedaliere. I momenti più delicati sono sicuramente quelli del travaglio, del parto e del post partum, e non riguardano solo l’ostetrica ma anche gli operatori che sono a fianco della neo mamma durante quegli istanti.

La fiducia nei confronti dei professionisti che assistono durante questi momenti, forse i più delicati per una donna, è molta. Tuttavia, non bisogna affidarsi a tutto quello che gli operatori fanno, è importante quindi riconoscere gli abusi e denunciarli.

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Anche io sono stata vittima dell’invisibile violenza ostetrica