Perché trovare lavoro è ancora così difficile per le donne?

Un sottile ma pressante senso di impotenza, un linguaggio sbagliato, il gender gap: trovare lavoro è difficile perché la parità è ancora lontana

Da secoli le donne di ogni parte del mondo si sono battute e si battono per trovare il loro posto nel mondo del lavoro. Percorrere un cammino professionale è un diritto, un’occasione che non dovrebbe essere negata a nessuna di noi, a prescindere da razza, credo religioso, orientamento politico, scelte sentimentali e familiari.

Tuttavia, nonostante l’aumento di ottime professioniste in ogni campo, viviamo ancora in un mondo in cui le donne hanno difficoltà a trovare lavoro. Potrebbe sembrare un paradosso, considerando l’incremento delle battaglie che hanno posto l’accento sulla disparità di genere e che, giorno dopo giorno, evidenziano le criticità che (quasi) ogni donna si ritrova a vivere nel corso della propria carriera.

Invece è la dura e cruda realtà, una realtà che ci spinge a indagare sui motivi per cui trovare lavoro è ancora così difficile per le donne. Alcune ragioni sono lampanti, i dati e le denunce parlano chiaro: in ambito professionale sono sempre le donne a rimetterci. Viviamo in un mondo nel quale, a dispetto di meriti e talenti, solo il 25% delle cariche da senior e top manager viene ricoperto da donne.

L’assenza di stimoli e motivazioni è una delle ragioni per cui trovare un lavoro risulta un’impresa faticosa e inconcludente. Ma non è tutto qui. Già nella fase preliminare di ricerca, le donne sono vittime di domande sessiste ai colloqui. Ciò, in base alle ricerche condotte dalla Cambridge Judge Business School, conduce a un atteggiamento tanto nocivo quanto diffuso: l’edulcorazione della propria femminilità.

Stando ai ricercatori, le donne sono fin troppo consapevoli gli stereotipi che pendono, come una Spada di Damocle, sulla loro testa. Conseguentemente, in alcune occasioni, fingono di essere meno comprensive, più arriviste e aggressive, imitando un atteggiamento maschile tossico e datato. Una strategia che non solo non paga, ma che di base porta a una più intensa sofferenza psicologica.

E se le meno forti di noi gettano la spugna, le più determinate proseguono ma non senza un sottile e pressante senso di impotenza, che abbatte e demotiva, rendendo qualsiasi mansione più difficile. Ancora, è essenziale dare un peso al linguaggio che spesso viene utilizzato sul posto di lavoro: un linguaggio generalmente tutto al maschile, che ricalca delle dinamiche di potere oppressive e lesive, intinte di pregiudizio e svalutazione.

A tutto ciò, va aggiunto un argomento ancor più spinoso: il gender gap economico, ovvero la diseguaglianza di compensi tra uomo e donna. C’è ancora un sensibile divario, a parità di mansioni, tra uomini e donne. Un divario che, stando ai risultati dell’ultima edizione del World Economic Forum sulle diseguaglianze di genere, si annullerà sono nel 2300.

Esistono delle soluzioni reali, a fronte di cotante problematiche? Sì, ma si tratta di soluzioni concettuali prima che pratiche. Occorrerebbe mettere in atto un approccio differente all’organizzazione lavorativa per avviare un cambiamento virtuoso, che dovrebbe esplorare ognuna delle criticità in essere spostando l’ago anche solo di qualche centimetro più in là verso il punto di vista femminile.

In questo modo, partendo dal pensiero laterale e adattandosi con duttilità a quelle che sono le voci di migliaia di professioniste talentuose, si potrebbe raggiungere quello che in realtà non è neanche un traguardo, ma una linea di partenza per un mondo del lavoro dignitoso ed equo.

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