La paura di soffrire ci impedisce di cambiare noi stessi e il mondo intero

Eppure il dolore è la via maestra per raggiungere una nuova consapevolezza. Quella verso noi stessi e il mondo che ci circonda.

La paura di soffrire è un’emozione che colpisce tutte, prima o poi. E non dobbiamo nasconderla, né reprimerla, perché si tratta di un sentimento naturale e concreto, e come tale è nostro diritto e dovere viverlo e affrontarlo, senza vergogna.

Se è vero che la paura di soffrire, fisicamente e psicologicamente, ci fa riflettere tanto prima di agire in qualsiasi modo perché è naturale volersi proteggere sotto ogni punto di vista, è altrettanto vero che questa non dovrebbe mai paralizzarci e svilupparsi al punto tale da condizionare la nostra vita. E invece c’è chi la trasforma in una fera e propria fobia. Che non è più individuale, ma collettiva.

La paura del dolore è tanto comune quanto normale; dopotutto chi non ha paura di stare male? Così ecco che la fuga dal dolore si trasforma in uno strumento necessario per preservare l’integrità e la sopravvivenza personale, al punto tale, però, da annientare l’identità stessa della persona.

Il filosofo Byung Chul-Han, nel suo libro La società senza dolore, parla di algofobia come la paura generalizzata del dolore ha portato a una forzata rimozione di questo, sviluppando una sorta di ossessione per la positività. Ne emerge, così, una visione distorta secondo la quale il dolore può essere eliminato semplicemente cambiando prospettiva.

Ne è un esempio il grande fascino che tutte noi subiamo nei confronti di coach motivazionali, guru del benessere e persino semplici fotografie che narrano vite perfette e sempre gioiose. Ma non dobbiamo dimenticarci che anche il dolore è importante e che anzi “La sofferenza e il dolore sono sempre inevitabili per una coscienza sensibile e per un cuore profondo. Gli uomini veramente grandi, secondo me, devono provare una gran tristezza su questa terra” come diceva Dostoevskij.

E invece oggi nessuno più ha il coraggio di soffrire. Con la conseguenza che viviamo perennemente costretti in un’anestesia di massa permanente di questa emozione che riguarda la collettività, spinta dal mantra del “sii felice a ogni costo”. Ma l’assenza del dolore ci appiattisce ed elimina la possibilità di conoscere alternative diverse e migliori dalle condizioni in cui scegliamo di vivere.

E va bene l’ottimismo, e anche tutte quelle scuole di pensiero che promuovono il think positive. Ma se il dolore viene completamente negato, vuol dire che non esiste. E se non esiste, vuol dire che non saremo mai più felici veramente.

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