In manicomio perché ribelli: storie di donne al limite

Considerate pazze solo perché più stravaganti o fragili, hanno vissuto l'incubo della "reclusione forzata"

Si fa presto a dire pazza. Ma dietro un semplice aggettivo si nascondono storie di donne assolutamente normali, magari con un carattere più libero o fragile rispetto a quello ritenuto “normale”. Donne a volte depresse, o impulsive, irose o stravaganti che solo per questo motivo, fino a poche decenni fa, venivano rinchiuse in manicomio.

Negli anni passati non era raro che una madre depressa, vittima di un esaurimento nervoso, oppure traumatizzata da un evento tragico e improvviso, fosse considerata “snaturata” e rinchiusa per anni interi in strutture sporche e degradate, senza ascolto né aiuto.

Un esempio è quello di Margherita F., 30 anni, raccontato nel libro Malacarne – Donne e manicomio nell’Italia fascista di Annacarla Valeriano. La giovane entrò in manicomio con la diagnosi di “pazzia impulsiva”, e che invece ha raccontato nelle sue lettere di essersi solo ribellata ai maltrattamenti e percosse dai parenti e dal marito. Ma ci sono anche le storie di Rosa D., internata perché colpevole di avere un carattere stravagante, di Adelaide C., caratterialmente incompatibile con gli altri membri della famiglia, o di Antonia, che restò in manicomio per 14 anni perché ritenuta idiota.

Ma le storie di donne ritenute ingiustamente pazze si perdono nella notte dei tempi. Nel 1642 Martine di Bertereau, la prima rabdomante donna, venne reclusa con l’accusa di essere indemoniata per aver fornito prove sulla trasmutazione dei metalli.

Particolarmente toccante la vicenda di Adalgisa Conti. Entrò in manicomio nel 1913 all’età di 26 anni e vi morì novantenne. Dalle sue lettere si capisce come l’esperienza della reclusione ebbe effetti devastanti sulla psiche di una donna con capacità fuori dal comune.

Di qualche anno fa la storia della francese Sabine, rinchiusa in manicomio praticamente sana e uscita cinque anni dopo, psicologicamente devastata dall’esperienza.

In tutti i casi c’è un minimo comun denominatore: quello della “cura” che, neanche a dirlo, si è rivelata spesso peggiore del male stesso.

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