Il Covid, la stanchezza emotiva e la paura di guardarsi dentro

È passato un anno e durerà ancora: troviamo una nuova dimensione e non facciamoci schiacciare. Andiamo avanti. Maura Manca ci aiuta a capire come trovare le risorse interiori

Difficile riassumere i nostri stati d’animo a un anno dallo scoppio della pandemia. Abbiamo provato a farlo chiacchierando con un gruppo di donne, con diverse età, diverse occupazioni (commesse, ingegnere, libere professioniste a partita iva, pensionate, mamme, impiegate, smart worker e no) per raccogliere paure e difficoltà e farci aiutare da Maura Manca, psicoterapeuta e psicologa clinica, nonché mental e life coach, ad affrontarle.

«Ho la sensazione che non mi rimanga più niente e che sto trascorrendo quel che resta della mia vita in modo orribile». «Essere costretta a passare così tanto tempo con il mio partner mi fa mancare l’aria». «Se mi guardo indietro sento che in passato ho perso del tempo e perso delle occasioni». «Lavoro da casa, gestisco la casa e ho due figli piccoli, a volte mi sembra di impazzire». A grandi line possiamo riassumere così il disagio che ci è stato raccontato. «Quella che stiamo provando ha un nome: è stanchezza emotiva – ci spiega Maura Manca – Pagheremo un prezzo molto alto di una gestione sbagliata sotto tanti punti di vista. Il problema sarà più grande, ma le istituzioni “non ci sentono”. Perciò salviamoci da soli».

Perché il Covid ci ha messo in crisi

«La pandemia ha in alcuni casi rallentato in altri frenato quella che era la nostra vita. C’è chi vive correndo e chi vive camminando. Molti di noi avevano una vita perennemente in corsa, composta da tante cose, persone, azioni, hobbies, lavori, che riempiono anche a livello psicologico. Le nostre routine creano anche la nostra identità, ci indentifichiamo in quello che facciamo. Se chiedo “chi sei?” la maggior parte delle persone descrivono le loro attività. Il 95% risponderebbe identificandosi nella sua occupazione. Se io faccio ruotare la mia identità solo attorno a quello che faccio e non a quello che sono, nel momento in cui mi trovo obbligata a fermarmi, vado in crisi. Il Covid ha fatto questo, è stato come uno tszunami che ha causato la perdita dei riferimenti, il non sapere a cosa aggrapparsi. Il “non so”, l’incertezza, l’instabilità, creano difficoltà di adattamento, ci destabilizzano. E se non mi riadatto non riesco a trovare una nuova dimensione psichica. Quindi la risposta è: riadattarsi».

La rabbia e la frustrazione

«La pandemia ha creato un blocco, un fermo. Creato un senso solitudine e la sensazione di aver perso qualcosa. Quando c’è un cambiamento subentrano nuovi schemi, nuove abitudini e azioni. Il problema è che essendo stata la pandemia una condizione imposta, l’abbiamo vissuta come un’ingiustizia e perciò rifiutata. Da qui la rabbia e la frustrazione, che impediscono a molti di andare oltre. Per andare avanti bisogna accettare, che non significa subire. Pensiamoci un attimo, le stesse fasi della vita si susseguono: l’infanzia, l’adolescenza, la giovinezza. Ogni volta che facciamo cambi evolutivi qualcosa se ne va e non torna più. Ma lo stesso andiamo avanti».

Il crollo delle certezze e la funzione della attività compensatorie

«Una condizione bloccante ti fa vedere anche i tuoi limiti, ciò che hai costruito fino a quel momento, ti fa da effetto specchio. È questo che ha fatto crollare molte persone, che si sono rese conto che le loro erano realtà illusorie, ponti vacillanti, che a loro volta hanno scatenato frustrazione, paura, tensione, preoccupazione. Ciò che credevamo certo e stabile non lo era, e ci ha fatto vacillare dal punto di vista psicologico».

Perché è successo questo? Perché non sappiamo ascoltarci e guardarci dentro. «Viviamo la vita senza dargli significato. Viviamo di routine, abitudini, senza analizzarle. Ci accomodiamo, ci ammorbiamo. E al primo cambiamento grosso andiamo in crisi». «Scegliere di fare qualcosa è sano. Se per esempio si sceglie di fare volontariato per enne motivi, nel momento in cui mi troverò impossibilitata farlo mi dispiacerà e ne sentirò la mancanza ma non mi verrà la depressione. Se invece lo faccio perché ne ho bisogno per riempire la mia vita, non va bene».

La crisi delle coppie

«Se ciascuno dei due vive la sua vita impegnato in tante attività, nel momento in cui si trova a disporre di più spazio e più tempo in teoria dovrebbe essere felice. Della serie “finalmente abbiamo del tempo da passare insieme”. E invece molti si sono sentiti schiacciati e oppressi dalla persona che in teoria dovrebbe dargli serenità, gioia. Dovrebbe essere un piacere condividere un pranzo con chi ami, non un peso. E invece molte coppie hanno adottato la soluzione “occhio non vede cuore non duole”. Se viviamo incastrai nella routine non ci rendiamo conto che la nostra condizione di coppia non è stabile. Ed è più facile mettere la polvere sotto al tappeto, rimandare l’analisi di condizioni che ci generano stress. Attraverso la convivenza forzata il Covid ha alzato i tappeti».

Parental burn-out

«Si tratta di una condizione di stress psichico, dato dal fatto che i genitori si sono trovati a dover gestite loro stessi (ricordiamo che un genitori è anche una persona), avere i figli “diversamente a casa”, gestire le loro emozioni. Tutto questo a intermittenza: una settimana la scuola è aperta, quell’altra seguono lezioni in DAD, la settimana dopo si verifica un caso di Covid in classe e in bambini si ritrovano a casa di nuovo. In questo caso il burn-out è dato da una condizione oggettiva. Ma anche in questo caso c’è poco da fare, inutile aspettare il ripristino di una scuola normale, perché è una condizione di completa instabilità nella quale va cercata una quadra personale. Ovviamente il parental burn-out è una condizione esisteva anche prima del Covid, ma la pandemia ha certamente messo a dura prova i genitori. È lecito perciò avere momenti in cui c’è il desiderio di chiudersi in bagno e smaterializzarsi. Ma quello che dobbiamo fare è riadattarsi e reagire, anche in questo caso».

Guardarsi dentro e gestire la paura

«Ci siamo ritrovati a fare i conti con l’analisi della vita e gestire la paura di ammalarci e morire. Alcuni sono riusciti a reagire, tirando fuori le risorse e facendo corsi di aggiornamento, cambiando lavoro, mettendo fine a relazioni infelici». Ma per altri la fine di una relazione ha rappresentato un fallimento. «Invece dovremmo vederla da un punto di vista differente – ci spiega la psicologa – Lasciarsi non è da vedere a tutti i costi in negativo. Alla base ci dev’essere libertà di scelta. Banalmente non sentiamoci incatenati al dover dividere un pranzo insieme se non ne abbiamo voglia. E così dev’essere anche libera la scelta di stare insieme o no: quando una coppia non funziona perché stare insieme? ».

A volte prevale la paura di stare soli.  «Ma il senso di solitudine è un senso che posso avere anche facendo una scelta affettiva sbagliata. Sentirsi soli significa non sentirsi liberi, capiti. Il vero senso di solitudine è quando non mi sento capito da chi ho vicino, che sia il partner, la scuola, l’ambiente di lavoro. Non si sta male per far piacere agli altri. Liberiamoci dei giudizi altrui e di cosa possono pensare “gli altri”. Ricordiamoci che le persone che giudicano, preferiscono guardare gli altri piuttosto che guardare loro stessi. Un meccanismo disfunzionale».

Cosa vuol dire imparare adattarsi

«L’adattabilità viene dall’elasticità mentale. L’elasticità mentale arriva dall’analisi di sé stessi e della propria vita senza paura. Se sei adattabile, troverai risorse – ci dice Maura Manca – Se viviamo di bisogni e compensazioni, quando ci saranno tolte queste cose vivremo di perdite e vuoti che ci creeranno scompensi. Chi era elastico ha rigenerato la propria vita. Chi è rimasto fermo ha vissuto quella condizione emotiva che lo ha portato a stare male. È passato un anno e durerà ancora: troviamo una nuova dimensione e non facciamoci schiacciare. Non dobbiamo cercare la parola “fine” perché il Covid resterà con noi come tanti altri virus. Tante cose non torneranno come prima. Andiamo avanti. Cerchiamo di recuperare, curiamo ciò che non funziona come la scuola, senza aspettare che le cose tornino come prima».

L’importanza delle parole e il coraggio di dirsi “ce la farò”

“Oh mamma mia la vecchiaia”. “Oh mio dio”. “Non tornerà più come prima”. “Non sono all’altezza”. Se queste frasi sono ricorrenti, facile capire perché l’ansia aumenta. La si rinforza anche con le parole. «Questo lo stiamo facendo anche ai ragazzi, continuando loro a dire “avete perso gli anni migliori della vostra vita”, “sarete una generazione di ignoranti e quindi non troverete lavoro”. Ma il perdere dipende anche da noi, se ci mettiamo sotto e decidiamo di cambiare le cose non perdiamo niente. Perdiamo se decidiamo di non trovare altro e lamentarci e basta, subire. Altrimenti non è buttare via, è cambiare.  Teniamo duro. Oggi c’è in Covid, domani potrebbe arrivare una nuova incognita, e niente ci deve impedire di vedere i nostri limiti, prenderne atto e migliorarci. Incoraggiamoci, impariamo a dirci “ce la farò”. Vale farlo anche se non ci si crede fino in fondo, ma solo all’inizio. Perché a quel punto dobbiamo chiederci perché non ci crediamo, e darci una risposta. È facendosi le domande che si cresce, vedendo, affrontando quello che non si vorrebbe vedere. Diciamoci: e meno male che lo vedo, e affrontiamolo, togliamoci il pensiero. Così la vita farà meno paura».

Maura Manca

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