Se non lo condividi sul web non conta niente

Quando Bill Gates disse “Se non sei su internet, non esisti”, gli abbiamo creduto e ci siamo aggrappati a quella bugia senza lasciarla più

Sabina Petrazzuolo Lifestyle editor e storyteller Scrittrice e storyteller. Scovo emozioni e le trasformo in storie. Lifestyle blogger e autrice di 365 giorni, tutti i giorni, per essere felice

Un compleanno, una celebrazione, un evento memorabile, un viaggio con le amiche storiche o, ancora, un successo o una promozione. Questi sono solo alcuni dei momenti più belli che viviamo durante la nostra vita e che condividiamo con le persone che amiamo, quelle che hanno scelto di far parte della nostra quotidianità.

E la loro vicinanza, autentica e sincera, basterebbe da sola a creare i ricordi più belli di una vita intera, quelli fatti di sguardi, chiacchiere e risate, di abbracci e carezze, di tramonti infuocati e di passeggiate. Di cose semplici. Ma la verità è che tutto questo non ci basta più, perché da tempo ormai abbiamo deciso che condividere è più importante di vivere.

Così a fare la differenza sono quei like, i commenti e i follower che attendiamo con ansia ogni qualvolta pubblichiamo uno stato, una fotografia o facciamo delle dirette per mostrare al mondo quello che ci sta accadendo. E non importa se per tenere in mano lo smartphone ci perdiamo i dettagli, le parole e le sensazioni che stiamo vivendo in quel momento e che sono uniche. La cosa più importante è condividere perché se non lo facciamo, quello è chiaro, è come se non fosse mai accaduto.

Ed eccola qua, la generazione di oggi spaccata in due da chi è convinto che la tecnologia possa salvare il mondo, o distruggerlo. Quella che comunque, al di là delle polemiche, preferisce i messaggi in direct, i tweet e le stories su Instagram per comunicare con parenti e amici, meglio ancora se a questi si aggiungono orde di follower che attendono solo di vedere mettere i sentimenti i piazza.

E lo facciamo. E come se lo facciamo. Ci mostriamo tristi e felici, con le lacrime agli occhi. Parliamo delle nostre ansie e dei nostri problemi, di psicoterapia, di relazioni distrutte e di nuovi rapporti. E se abbiamo una malattia o una patologia non pensiamo più a guarire, no. O meglio lo facciamo, ma solo dopo aver avvisato i nostri fan.

Perché la nostra identità online ha preso il sopravvento su tutto, sul nostro modo di essere. Ed non basterà allontanarci dai social network per un giorno o dire “Hey guarda, sono riuscita a stare a un giorno intero senza smartphone”, perché anche in quel caso, con tanto di connessione assente, avremmo comunque documentato ogni cosa fatta, salvo poi condividerla successivamente.

Come se avessimo due vite. Come se fossimo diventati gli avatar di noi stessi. Ma in questo caso non siamo blu come quelli immaginati da James Cameron no. A noi non è servito arrivare a tanto, ci è bastato un piccolo switch al livello successivo per trovare nel web e nell’identità online la soddisfazione per il nostro ego. Quella che abbiamo perso.

Perché sul web, per quanto reali ci sforziamo di essere, possiamo sempre non esserlo. Abbiamo il potere di scegliere di mostrare solo le cose belle, per esempio. Oppure di liberare la nostra parte peggiore, quella che fa polemica, che offende e che denigra gli altri. E in un modo o nell’altro, questa realtà parallela ci tieni vivi.

Quando Bill Gates disse “Se non sei su internet, non esisti” gli abbiamo creduto, anche se l’imprenditore faceva riferimento alle aziende. Così ci siamo aggrappati a quella bugia senza lasciarla più.

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Se non lo condividi sul web non conta niente