Co-genitorialità platonica: è davvero questo il futuro per le nuove generazioni?

Diventare genitori senza essere una coppia: vi raccontiamo cos'è la co-genitorialità platonica

Come stabilire quel limite sottile e quasi invisibile tra il desiderio di formare una famiglia e quello di avere un figlio? Perché a volte accade, semplicemente, che la persone giusta tardi ad arrivare o che, tra i partner avuti, nessuno sia stato in grado di farci vivere quel lieto fine tanto agognato.

Ma nonostante i fallimenti, quelli amorosi, il desidero di avere un bambino è rimasto sempre lì, persistente e inamovibile. E più si collezionavano storie da dimenticare, più quella di avere un figlio a tutti i costi diventava quasi un ossessione.

Emblematico è un articolo del The Guardian che parla della co-genitorialità platonica, una forma che concederebbe la possibilità di avere figli, a chi li desidera, anche senza un partner. Insomma, si sceglie una persona con la quale condividere la responsabilità della crescita di un bambino senza alcuna implicazione sentimentale. Il tutto regolato da un contratto.

A raccontarla così, sembrerebbe quasi la trama del celebre film Friends with Kids, la pellicola che vede i due migliori amici, Jason e Julie, alle prese con la scelta di mettere a mondo un bambino senza mai trasformarsi in una coppia. Ma questa storia di finto non ha nulla, e lo dimostrano i contratti che vengono stipulati proprio dai co-genitori, che si impegnano reciprocamente a crescere i figli con la medesima responsabilità, per sempre.

Così un figlio diventa un nome di un contratto di multiproprietà, un oggetto, seppur al centro di tutto viene sempre, e prima, il suo benessere. Una follia o la garanzia di veder realizzato uno dei più grandi sogni di sempre?

Cosa spinge le persone a crescere un bambino con un partner platonico?

Perché le persone arrivano a scegliere la co-genitorialità platonica? E quali sono gli impatti sulla crescita dei bambini nati dal desiderio e non dall’amore?

Sono sempre di più le persone che scelgono questa strada, quella di una collaborazione tra le parti per creare una famiglia. Individui che, ancora oggi, non si espongono troppo per timore di essere stigmatizzati dalla società in cui viviamo che, a passi lenti, sta ancora accettando le adozioni tra omosessuali e le maternità surrogate sdoganate, però, da celebrities come Elton John e Kim Kardashian.

Un co-genitore sceglie in maniera consenziente di diventare tale, facendo un accordo di squadra che miri sempre e comunque al benessere del bambino. Questo accade quando, una persona, nel corso della sua vita non ha incontrato il partner giusto per creare una famiglia, ma la desidera. Tuttavia, non è l’unica situazione che fa prendere la decisione, si aggiunge anche il fatto che, spesso, l’uno o l’altra non si sentono abbastanza sicuri finanziariamente per crescere un bambino da soli.

La strada da seguire è chiara a entrambi i protagonisti del patto: rimanere sempre amici, evitare che litigi, separazioni e divorzi possano compromettere il benessere dei figli. E da questo punto di vista, le situazioni legate alla rottura, sono facilmente garantite.

Tuttavia c’è da considerare che, trattandosi di relazioni umane, non sempre il lieto fine è scontato, anche senza quelle implicazioni sentimentali così forti. La presenza di un contratto di “coproprietà”, certo, dovrebbe quanto meno garantire ai figli di restare immuni da eventuali scontri. Ma è proprio la presenza di un accordo che porta alla luce le ombre di questa formula che farebbe figurare i figli come oggetti o società da gestire.

Come avere un figlio con un partner platonico?

Le vie in questo senso sono molteplici, dall’inseminazione naturale attraverso il rapporto sessuale, a quella artificiale. La fecondazione in vitro, anche, può essere un’alternativa per chi ha problemi di infertilità.

A far incontrare le persone con questo desiderio comune ci pensano i siti di co-parenting che, a seguito della pandemia, hanno registrato un aumento importante di iscritti, dovuto forse all’impossibilità di conoscere nuove persone e alla rinuncia, da parte di molte altre, di trovare l’anima gemella.

La storia di Stephan Duval

Quando è uscito l’articolo del The Guardian che menzionava per la prima volta la la co-genitorialità platonica, veniva raccontata anche una storia, quella di Stephan DuVal, 37 anni, imprenditore, alla ricerca di una donna con cui realizzare il suo più grande sogno: quello di avere un bambino. Attenzione però, l’amore non è mai stato tra i suoi pani. Così ecco la scelta di avere un figlio con qualcuno la cui unica cosa in comune deve essere il bambino, e il suo benessere s’intende. Per tutto il resto, amore, sentimenti e romanticherie, non c’è spazio.

Ad avvallare la possibilità di avere un figlio, con queste modalità, ci pensano i siti web che negli ultimi anni si stanno diffondendo in rete in maniera capillare riscuotendo anche un gran successo. Lo dimostra il fatto che Coparents.co.uk, attualmente, ha una community di 120000 iscritti, Modamily ne ha 30000 e PollenTree 53000, portali che però, al momento, vedono escluso il nostro Paese.

Cosa dice la scienza

Ma se è vero che l’opinione pubblica è fortemente divisa su questo argomento, forse andare a comprendere ciò che dice la scienza sulla co-genitorialità può aiutarci ad avere un quadro più completo ed esausto di cosa accade all’interno di queste famiglie che si discostano di gran lunga da quelle tradizionali.

In particolare, il team di Susan Golombok, ricercatrice e direttrice del Center for Family Research presso l’Università di Cambridge ha condotto una ricerca prendendo in considerazione 50 famiglie che hanno optato per la co-genitorialità per cercare di capire quale fosse l’impatto sui più piccoli nel ritrovarsi ad avere due genitori che non ha scelto di creare una famiglia mossi dall’amore e dai sentimenti, ma da un grande desiderio comune.

Secondo la ricerca, la differenza c’è ed è sostanziale, ma non ha per forza di cose un impatto negativo sulla crescita del bambino che, anzi, senza quelle implicazioni sentimentali e di coppie, vivrebbe, da sempre, una stabilità maggiore durante la sua crescita.

Un altro risultato portato alla luce da Golombok, in vista anche delle sue ricerche precedenti sulle nuove famiglie e sulla maternità surrogata, rivela che, in generale, gli impatti sui bambini non sono quasi mai negativi, e anzi, questi si adattano molto bene all’interno di queste situazioni. Del resto c’è da considerare che chiunque prenda queste scelte, dalla maternità surrogata alla co-genitorialità platonica, lo fa proprio perché spinto dal desidero di avere e crescere un bambino.

Il problema più grande resta, invece, quello della società e di come questa possa accogliere i bambini che crescono all’interno di queste famiglie “non tradizionali”.

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