Childless e childfree: i nuovi discriminati sul lavoro

Diverse le situazioni, ma medesima la discriminazione dovuta a questa etichetta che ci è stata data alla stregua di un marchio e che cambia tutto

Sono tanti i risultati che abbiamo ottenuto per rivendicare i nostri diritti, quelli di uguaglianza e parità, quelli di libertà. Ma sono tante le pressioni sociali che ci portiamo addosso alla stregua di un macigno, le stesse che ci fanno comprendere che quella libertà di scegliere che ci è stata concessa è ancora troppo confinata al campo dell’utopia. E questo riguarda soprattutto i genitori, o meglio quelli che per scelta personale o del fato non lo sono.

Childless e childfree, questi i nomi coniati per descrivere l’ennesima categorizzazione degli esseri umani, che differenzia tutte le persone che non vogliono avere figli e chi invece non può averli. Diverse le situazioni, ma medesima la discriminazione dovuta a questa etichetta che ci è stata data alla stregua di un marchio.

Nella lingua italiana non esiste un vero e proprio corrispettivo di questi termini, ma i dizionari più datati ci suggeriscono che la parola orbo era utilizzata per descrivere le persone senza figli. E questo, forse, spiega già tutto.

Alle discriminazioni della lingua, poi, si aggiungono quelle che nascono dalla mente. Potrebbero pensare, gli altri, che chi non è genitore ha più tempo libero e in un modo o nell’altro può godersi la vita, quella che invece per le mamme e papà segue i ritmi scanditi dai figli. Ma le credenze non corrispondono per forza alla realtà e, anzi, restituiscono una scenario tutt’altro che rassicurante. Da alcune ricerche, infatti, è emersa una disarmante discriminazione sul lavoro per tutte le persone che non hanno figli.

Succede, infatti, che la genitorialità mancata autorizza tacitamente i datori di lavoro a riporre maggiori aspettative nei confronti delle persone che non hanno figli, le stesse alle quali sono richiesti sforzi e carichi di lavoro maggiori. Perché gli altri pensano, evidentemente, che il tempo libero non conta poi molto per chi ha scelto di non avere bambini o non può averli, motivo per il quale quelle stesse persone sono naturalmente più propense a lavorare nei weekend, piuttosto che nei giorni festivi perché tanto non hanno una famiglia da cui tornare.

Una credenza sempre più diffusa che porta all’ennesima discriminazione tra persone, e che acuisce le differenze tra persone. Lo scorso anno, in piena pandemia, il New York Times riportava quanto stava succedendo in una delle aziende di più proficue della Silicon Valley. Una frattura interna, tra colleghi, dovuta proprio ai benefici che venivano concessi ai genitori, con tanto di lavoro flessibile, tempo libero e altri bonus, gli stessi che però non erano contemplati per i dipendenti senza figli.

E questo non è un caso isolato, s’intende. Galina Boiarintseva, ricercatrice presso la York University, ha intervistato diversi dipendenti, in differenti settori, senza figli e il quadro che è emerso conferma la situazione discriminatoria divagante. La flessibilità che viene concessa ai dipendenti genitori, così come l’accesso a turni preferenziali, resta una loro prerogativa. D’altra parte, questo meccanismo subdolo e silenzioso, costringe in qualche modo anche i professionisti a sentirsi in colpa o comunque meno autorizzati a richiedere gli stessi privilegi degli altri.

È chiaro che è compito dell’azienda fornire ai dipendenti delle condizioni di lavoro che possano conciliarsi con tutti gli altri impegni, che siano questi di carattere familiare o personale. Ma questa politica dovrebbe essere estesa a tutti, senza discriminazioni, indipendentemente dal fatto che si voglia approfittare di una pomeriggio libero per fare una passeggiata o si debba accompagnare il proprio figlio a calcetto.