Non è vero che l’apparenza non conta, soprattutto sul lavoro

La convinzione che l'apparenza riflette le reali capacità intellettuali e una personalità più affidabile rischia di avere conseguenze disastrose su tutti

Dicono che l’abito non fa il monaco, che l’aspetto fisico non è tutto, che non è vero che la bellezza rende la vita più facile e di successo. Eppure l’estetica di una persona influisce inevitabilmente sull’assunzione, sulla promozione e sull’intera carriera professionale.

Una verità sconcertate che conferma tutti i cliché: una persona con un fisico attraente e con un bell’aspetto è giudicata più intelligente, ambiziosa ed equilibrata, caratteristiche queste che la rendono inevitabilmente una perfetta candidata.

A confermare questa verità ci ha pensato il sociologo Jean-François Amadieu che ha affermato che gli individui attraenti hanno maggiori possibilità di essere assunti e di crescere professionalmente.

Nonostante, quindi, le battaglie e le denunce contro una società discriminante, a favore dell’uguaglianza e dei pari diritti tra le persone, emerge che c’è una discrepanza piuttosto ampia tra il dire e il fare. L’ossessione di essere belli a tutti i costi, sembra quasi una naturale conseguenza a questo dato di fatto, che non è l’unico.

Secondo uno studio condotto dall’Osservatorio Sulle Discriminazioni, la candidatura di una persona bella, riceve il doppio dell’attenzione rispetto a un’altra considerata brutta. Anche se i recruiter sottolineano spesso che nella scelta si affidano a valutazioni oggettive sulle capacità reali dei candidati, è vero che l’aspetto ricopre un ruolo fondamentale nella decisione finale.

E se questi dati non bastassero ancora a confermare un’evidenza, ci avvaliamo di un’altra ricerca, quella condotta dal professor Albert Mehrabian, che afferma che il modo in cui le persone ci percepiscono dipende per il 55% dal nostro viso, per il 33% dalla nostra voce e solo per il 7% da ciò che diciamo.

A quanto pare, quindi, è proprio vero che la bellezza aiuta ad avere una vita migliore, e chi non ne è provvisto è destinato a essere un emarginato. A questo si aggiunge anche il dramma delle persone in sovrappeso che, sempre secondo l’Osservatorio Sulle Discriminazioni, sono percepite come meno competenti, efficienti, dinamiche e intelligenti, e ricevono in media risposte tre volte meno positive di un candidato standard durante una ricerca di lavoro.

La convinzione radicata negli ambienti di lavoro, e non solo, che l’apparenza riflette le reali capacità intellettuali di una persona, però, rischia di avere conseguenze disastrose sulle comunità e sulle future generazioni. Perché una persona non è solo difetti, imperfezioni e chili in più, ma è molto di più.

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Non è vero che l’apparenza non conta, soprattutto sul lavoro