“Indignatevi, non abituatevi all’orrore”

Dopo il reportage sui “ragazzi dello zoo di Roma”, minori immigrati ufficialmente scomparsi in realtà finiti alla deriva, l’appello di Paolo Rozera, direttore Unicef Italia

Tratto da: Unicef

Li chiamano “ragazzi invisibili“. O ancor peggio “evaporati”. Migliaia di minori immigrati giunti in Italia da soli, per lo più attraverso la rotta marittima che collega la Libia alla Sicilia, è per lo più ignorati dai media e dall’opinione pubblica. Persino le istituzioni preposte sembrano non averne una percezione precisa.

Secondo l’ultimo Rapporto di monitoraggio del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, i minori stranieri non accompagnati (MSNA) presenti nel nostro paese al 31 dicembre 2015 erano 11.921, con un incremento del 13% rispetto all’anno precedente. Oltre metà di essi (6.135, appunto) hanno fatto perdere le loro tracce dopo la registrazione.

A scomparire sono soprattutto giovani eritrei, albanesi o egiziani – come ad esempio Abdul, il sedicenne protagonista del drammatico video-reportage Noi, i ragazzi dello zoo di Roma realizzato per l’Unicef da Floriana Bulfon e Cristina Mastrandrea, con la regia di Toni Trupia e Mario Poeta.

E se in molti casi si tratta di ragazzi che utilizzano l’Italia come transito per il Nord Europa, che si spostano per raggiungere familiari in altri Stati dell’UE, non pochi, spinti dall’urgenza di procurarsi denaro per sopravvivere e per inviare aiuti a casa, finiscono per cadere vittime di traffici illeciti, fra cui spaccio di stupefacenti e prostituzione minorile.

L’UNICEF Italia sta affiancando le istituzioni della Capitale (Prefettura, Comune, associazioni) per mettere le proprie competenze e risorse in rete con i principali soggetti chiamati a prevenire, monitorare e gestire questo fenomeno.

Insieme al prefetto di Roma Gabrielli stanno mettendo a punto “un’unità di strada sperimentale dedicata proprio ad intercettarne il disagio, monitorando i loro luoghi di ritrovo e stazionamento, informandoli sui servizi di accoglienza ed individuando eventuali soggetti adulti che potrebbero sfruttarli in attività illecite. L’unità sarà attiva all’interno della stazione Termini e nelle aree limitrofe 6 giorni su 7, dalla mattina sino a tarda sera, avvalendosi di educatori e mediatori linguistico culturali esperti nell’approccio a utenti in situazioni di disagio”.

Abbiamo raggiunto Paolo Rozera, direttore generale Unicef Italia, che ha risposto ad alcune domande.

Da cosa è nata questa inchiesta?

Ci hanno mosso i dati del Ministero del lavoro sui minori non accompagnati stranieri: oltre 11. 000 arrivati nei centri e circa 6000 divenuti irreperibili. Loro usano un termine terribile: “evaporati”, assurdo se riferito a minori. Parlando con il prefetto di  Roma Franco Gabrielli ci siamo resi conto che la metà di questi giovani immigrati  usa l’Italia come Paese di transito, per raggiungere il Nord Europa dove hanno famigliari ed esistono delle comunità molto forti. Ma gli altri 3.000, dove sono finiti? Il Prefetto ci aveva segnalato il problema di degrado che ruota intorno alla zona di della stazione Termini a Roma. Da lì è partito tutto.

Ci sono state reazioni, dopo l’uscita dell’inchiesta sui giornali, da parte delle istituzioni o di personaggi politici?

Dai politici nessuna, dalle istituzioni sì. Con il prefetto Gabrielli non ci siamo fermati e abbiamo creato un tavolo ad hoc,  speriamo in 20 giorni di tirare fuori un progetto, in cooperazione con le forze dell’ordine – polizia e carabinieri-,  ma anche con la circoscrizione, il comune, le varie associazioni di strada. Insieme attueremo un progetto che sarà una sorta di sistema di protezione di questi  ragazzi e  che dovrebbe avere il compito sia di individuare casi di sfruttamento e violazione di diritti sia di offrire un supporto, un punto di riferimento cui rivolgersi  per capire quali sono i loro diritti e a quali strutture si possono appoggiare. Perché le strutture ci sono ma il sistema è fallace, non funziona come dovrebbe.

Come si risolve il problema?

Il problema si risolve se ci si mette tutti insieme. Non lo può fare l’Unicef da solo, o qualsiasi altra organizzazione, né tantomeno la polizia, che può servire per la sicurezza ma non per la tutela dei diritti. Se si coopera insieme, e si capisce quali sono gli interessi prioritari dei ragazzi, italiani o stranieri che siano, allora si attua un’azione efficace.

La situazione di Roma Termini è comune ad altre città italiane?

Assolutamente sì. Quello che stiamo studiando sulla Capitale vorremmo poterlo applicare anche ad altre situazioni italiane.

Un appello ai cittadini, a tutti quelli che transitano per la stazione e si accorgono di queste situazioni ma non possono, non vogliono fare nulla?

Non abituatevi all’orrore, indignatevi! Le giornaliste che hanno realizzato l’inchiesta (Floriana Bulfon e Cristina Mastrandrea, ndr) ci hanno raccontato che la gente passava e guardava con indifferenza. Il più grosso danno che possiamo fare noi cittadini semplici è quello di abituarci all’orrore. Anche per questo stiamo studiando il sistema che possa dare dei punti di riferimento a chiunque. Alle vittime ma anche ai testimoni.

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“Indignatevi, non abituatevi all’orrore”