Io, che ho conosciuto i ragazzi dello zoo di Roma

Cristina, con la sua macchina fotografica, è entrata nell’orrore di Stazione Termini, ha conosciuto e fotografato la dura realtà di questi minorenni invisibili. E ce ne parla

Video tratto da Unicef

Alla stazione Termini si aggirano pedofili a caccia di minorenni. Piccoli immigrati senza famiglia, costretti a vivere nei cunicoli sottoterra e a prostituirsi per mangiare.

Il reportage di Floriana Bulfon e Cristina Mastrandrea, realizzato per l’UNICEF con la regia di Toni Trupia e Mario Poeta, getta luce sul fenomeno di quei “minori non accompagnati” – almeno 6.125, secondo il Ministero delle Politiche sociali – che scompaiono nel nulla dopo essere approdati in Italia.

Ci sono due storie dentro questa storia. Una è quella brutta, bruttissima, dei “Ragazzi dello zoo di Roma“, raccontata da una inchiesta de L’Espresso, realizzata in collaborazione con L’Unicef.

Si chiamano Fathi, Abdul, Ibrahim, hanno 13, 14, 16 anni. Fanno parte di quelle migliaia di immigrati minorenni che arrivano dall’Africa, dal Medio Oriente per cercare salvezza, ricongiungersi con le proprie famiglie. E che finiscono nelle fauci degli orchi: pedofili, sfruttatori, delinquenti.

Finiscono a vivere per strada, accampati intorno a Stazione Termini o nel sottosuolo. A drogarsi per sopportare la fame e lo schifo che li circonda, per riuscire a convivere con gli orchi. Perché devono mangiare, sopravvivere, e “sono bambini, hanno fame. E tanta paura”.

Non stiamo parlando della Berlino degli anni ’70, da cui questa indagine ha preso il nome. Lì erano ragazzi della classe operaia o della media borghesia che si prostituivano per comprare l’eroina, male di vivere quegli anni. Nemmeno la Romania del dopo Ceausescu, dove bambini orfani del comunismo e di famiglie che se ne sbarazzavano perché non potevano mantenerli diventano terreno di caccia di pedofili provenienti da tutta Europa. Stiamo parlando della Roma del 2016, la Capitale del Giubileo, una donna preoccupata di farsi bella agli occhi dei turisti, ma che sta marcendo dentro, nelle sue viscere.

E poi c’è la parte bella di questa storia, che risponde ai nomi di Floriana e Cristina. Due donne che hanno avuto il coraggio di entrare dentro questa realtà, così vicina eppure così lontana agli stessi romani, per documentarla, raccontarla, denunciarla.

Floriana e Cristina sono le autrice del reportage pubblicato da L’Espresso. Hanno conosciuto, parlato, seguito questi ragazzi, raccontandone l’orrore quotidiano.

Cristina, come avete scoperto questa realtà e avvicinato questi ragazzi?

Tutto è partito dall’Unicef, che ha voluto fare un’inchiesta sui minori stranieri non accompagnati che arrivano in Italia. Il reportage fa parte di un progetto più ampio esteso a tutta l’Italia sul problema degli immigrati minorenni che spariscono. Ci hanno segnalato questa zona di degrado a Roma e attraverso un nostro contatto abbiamo conosciuto Abdul, il ragazzino egiziano del video. Lo abbiamo intervistato, lui ci ha “introdotti” alla sua vita, comune a tanti altri ragazzi che gravitano intorno a Termini. Ci ha mostrato dove dormono, nei giardinetti tra le terme di Diocleziano e le bancarelle dei libri fuori dalla stazione (qualcuno di loro lo definisce “hotel a 4 stelle”), o nel cunicolo sotterraneo pieno di immondizia, dove non si respira per la puzza, eppure alcuni di loro vi passano la notte. E anche i luoghi dove avvengono spaccio e prostituzione.

La prima sensazione che hai avuto entrando a contatto con loro?

Umanamente parlando sono rimasta molto scossa, soprattutto quando Abdul ci ha mostrato il degrado in cui vive e raccontato di questi vecchi che chiedono loro sesso. Quando abbiamo cominciato, non pensavamo di scoperchiare tutto questo orrore. Dal nostro video e dalle dichiarazioni di Abdul è partita una inchiesta da parte della Questura di Roma che ha portato all’arresto dell’inglese, un ingegnere della Boeing che passava le sue giornata ad adescare ragazzi, anche minorenni. L’arresto è stato reso possibile grazie all’ottimo lavoro della squadra investigativa del commissariato del Viminale. Che per giorni e giorni ha presidiato la zona e monitorato i movimenti del pedofilo.

La cosa che più ti ha scioccata?

Ho trascorso intere serate a Termini osservando i movimenti di questa persona. È stato forse quello che mi ha più disgustata. Camminava avanti e indietro per ore, con l’unico obiettivo di adescare ragazzini per farci sesso. Tornavo a casa la sera provavo una sensazione di schifo per la bassezza cui l’essere umano può arrivare.

Come hai fatto a convincerli a farsi fotografare?

Non è stato facile, sono molto diffidenti. Alcuni ci hanno anche allontanate in malo modo. Io non voglio “rubare” degli scatti, e soprattutto ho sempre a cuore la loro tutela. È stato un lavoro delicato, non potevo fotografarli in viso e dovevo fargli capire quello che stavo facendo, ottenere la loro fiducia. Da un lato dovevo tutelarli perché minori e dall’altro tutelarli per la loro sicurezza. Renderli “invisibili” due volte. Sono ragazzini che vivono ai margini, vittime di pedofili e della criminalità. Prima di tirare fuori la macchina fotografica ascoltavo le loro storie. Non potrei mai scattare una foto senza prima sapere chi ho davanti. Ci vuole tempo e pazienza perché fotografare è anche un atto di fiducia reciproca. Lo scatto è solo l’ultimo passaggio per raccontare una storia, tutto quello che viene prima è fondamentale, la conoscenza, l’empatia, la fiducia, l’ascolto.

Oggi, che molti di loro ti conoscono, cosa succede quando passi da Termini?

Molti di loro mi avvicinano e mi chiedono attenzione. Di recente un ragazzo siriano mi ha avvicinata e raccontato tutta la sua vita. Mi diceva: “Tu sei diversa perché sei qui e parli con me. Nessuno si ferma a parlare, nessuno ci vede. A Roma la gente è indifferente.

Noi, nel nostro piccolo, possiamo fare qualcosa per aiutarli?

A volte bastano piccoli gesti, un panino , un cappuccino caldo. Ad Abdul ci eravamo affezionati, siamo anche tornate per regalargli un piumino. Soprattutto nel nostro piccolo una cosa la possiamo fare: avvicinarci e ascoltare le loro storie. Le persone si aprono, l’ascolto è una forma di attenzione e questi ragazzini ne hanno davvero bisogno. E poi, come ha detto il direttore dell’Unicef, continuare a “indignarsi, non abituarsi mai all’orrore”.

 

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Io, che ho conosciuto i ragazzi dello zoo di Roma