Estate, cosa si potrà fare: l’ipotesi del passaporto d’immunità

Con l'arrivo del caldo degli ultimi giorni in tanti hanno iniziato a pensare all'estate e a chiedersi cosa si potrà fare e se si potrà viaggiare

Con la primavera ormai alle porte e la pandemia che non accenna a fare passi indietro, sono in molti a chiedersi cosa si potrà fare quest’estate, se si potrà viaggiare e se riusciremo a trascorrere delle vacanze vagamente serene. Sembra ormai evidente che l’approccio avuto lo scorso anno durante i mesi caldi non si sia rivelato quello giusto, considerata la seconda ondata che è arrivata ben presto a chiedere il conto delle troppe libertà concesse.

Se è vero che non ci si può più permettere di sottovalutare il problema, sperando che i numeri dei contagi calino con l’alzarsi delle temperature, è altrettanto vero che non si può pensare di trascorrere un’estate in totale isolamento, con gli spostamenti vietati tra Regioni e la continua alternanza di colori nei vari territori. Trovare un compromesso e un equilibrio tra la priorità da dare alla salute e la necessità di non affossare del tutto l’economia e la psiche delle persone, però, è sempre più difficile.
Così, in vista di un’estate 2021 ancora alle prese con il Covid-19, si sta cercando di trovare una soluzione comune che consenta alle persone di poter comunque spostarsi e viaggiare, seppur con le dovute precauzioni per evitare il ritorno di possibili nuove ondate.

Per questo è tornata in auge l’idea del “passaporto d’immunità”, di cui hanno discusso i leader dei 27 Paesi membri dell’Unione Europea. Perché una scelta di questo tipo non può venire da un singolo Stato, ma deve essere condivisa e attuata da tutti per essere efficace. A spingere verso questa soluzione sono soprattutto i Paesi dell’Europa meridionale, quelli comprensibilmente più coinvolti, che vorrebbero poter contare sulle entrate del turismo almeno nei mesi estivi. Ma in cosa consisterebbe il passaporto d’immunità? Come funzionerà? Quali sono i pareri al riguardo? Abbiamo cercato di fare un po’ di chiarezza sull’argomento.

Passaporto d’immunità, che cos’è

Al momento non esiste una vera e propria definizione che spieghi come sarà (se dovesse effettivamente essere approvato) il passaporto d’immunità. L’idea è che sia una sorta di documento che certifichi l’immunità di una persona, perché già vaccinata o perché abbia già avuto il Covid e quindi sia ancora in possesso di anticorpi.
L’obiettivo dell’Unione Europea è infatti quello di vaccinare entro l’estate almeno il 70 per cento della popolazione adulta, come confermato dalla stessa presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Un’ipotesi messa in discussione dai ritardi nelle consegne dei vaccini e dalla relativa attuazione dei piani vaccinali che variano da paese a paese. Per questo, però, si è pensato di introdurre questo tipo di documento.

Passaporto d’immunità, come funziona

L’idea dell’Unione Europea è di poter attuare questo progetto sfruttando le potenzialità del digitale: grazie a una piattaforma comune si potrebbero gestire i passaporti d’immunità con una procedura più snella, per rendere più semplice e rapida la verifica della certificazione alle frontiere o negli aeroporti.
Secondo quanto detto dalla von der Leyen, i colossi del web Google e Apple si sarebbero già offerti di proporre delle soluzioni, ora al vaglio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Proposte che non sarebbero così differenti da quelle di cui si discute all’interno dell’Unione. Il dubbio, infatti, è sempre relativo alle potenziali violazioni della privacy: la presidente della Commissione non vorrebbe lasciare in mano a delle società private i dati sanitari (particolarmente sensibili) di milioni di persone.

Passaporto d’immunità, favorevoli e contrari

In un primo momento molti Paesi erano scettici riguardo la creazione di un passaporto d’immunità, ma la prospettiva sta cambiando. Tra i Paesi che spingono di più in questa direzione c’è la Grecia, che da mesi porta avanti la proposta per cercare di salvare il settore del turismo almeno nei mesi più favorevoli.
Tra i Paesi che invece avevano manifestato più dubbi ci sarebbero Germania, Francia, Belgio e Paesi Bassi, secondo cui sarebbe ancora presto per parlare di un passaporto di immunità, dati i numeri molto bassi dei vaccinati nei paesi dell’Unione. Dalla riunione di del 27 febbraio, però, queste posizioni sembrano essersi ammorbidite e i leader si sarebbero mostrati più aperti a un confronto.
“Siamo tutti d’accordo sul fatto che abbiamo bisogno di certificati vaccinali. In futuro sarà certamente una cosa buona avere un certificato di questo tipo, ma ciò non significa che solo chi ha un passaporto del genere potrà viaggiare; su questo non sono state ancora prese decisioni politiche”, ha dichiarato Angela Merkel.

Passaporto d’immunità, il parere di Mario Draghi

Nella riunione del 27 febbraio, Mario Draghi non ha espresso un parere netto riguardo il passaporto d’immunità, nonostante l’Italia sia tra i Paesi che più beneficia del turismo nei mesi estivi. L’intervento del presidente del Consiglio si è infatti concentrato maggiormente sulla necessità di dare un’accelerata alle vaccinazioni. Come a dire che finché non si raggiungeranno determinati obiettivi, è anche inutile discutere del dopo. Per questo Draghi avrebbe chiesto un cambio di approccio da parte dell’Unione Europea nei confronti delle aziende farmaceutiche che non rispettano gli impegni nella fornitura di dosi.

Passaporto d’immunità, l’esempio di Israele

Al momento l’unico Paese che ha annunciato che introdurrà una sorta di passaporto d’immunità è Israele. Qui il sistema funzionerà tramite un’applicazione che certificherà che la persona ha ricevuto il vaccino o è guarita dal Covid. Queste persone potranno quindi accedere a luoghi pubblici aperti solo per chi sarà in possesso della certificazione.
A spingere per una soluzione di questo tipo è l’Austria, il cui cancelliere tedesco si è detto molto favorevole. Sebastian Kurz ha infatti detto questa certificazione potrebbe essere introdotta in tutta l’Unione Europea non solo per consentire i viaggi, ma per poter andare anche in bar, ristoranti e accedere a eventi pubblici (come per esempio i concerti). Solo così, secondo lui, si può pensare di tornare a una vita normale.
C’è da dire, però, che Israele è il Paese più avanti al mondo con le vaccinazioni (su 9 milioni di abitanti più della metà ha ricevuto la prima dose di vaccino e oltre 3 milioni hanno completato la vaccinazione con la seconda dose) e dunque è l’unico che può già ipotizzare soluzioni di questo tipo. La situazione in Europa al momento è ben diversa.

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