Terremoto de L’Aquila, lettera ai figli morti

Giustino Parisse ha perso i suoi figli e il padre durante il sisma del 2009 in cui sono perite 308 persone. A loro ha scritto una lettera straziante

Giustino Parisse ha perso i figli di 16 e 18 anni e il padre per colpa del terremoto de L’Aquila. Il 6 aprile 2009 per lui la vita si è fermata. Ha visto morire la figlia Maria Paola, colpita dalla trave più grande della casa. Le sue ultime parole sono state:

“Papà, tanto moriamo tutti“.

Il maggiore, Domenico, è rimasto sepolto sotto le macerie. Un’ora dopo la scossa lo ha sentito chiamare. Ha cercato in ogni modo di salvarlo finché è caduto di schiena ferendosi alla testa. Loro vivevano a Onna, uno dei paesi più colpiti dal sisma.

Sette anni dopo questa immensa tragedia Parisse pubblica su Il Centro, giornale locale per cui lavora, una straziante lettera ai figli che non ci sono più:

Penso a voi che quel sei aprile del 2009 l’alba non l’avete vista. I vostri occhi, in quei maledetti 23 secondi, hanno fatto solo in tempo a spegnersi. Tante volte mi sono chiesto qual è stato il vostro ultimo pensiero, l’ultimo sussulto di una vita rapinata nella notte infinita. Non ho risposte se non quel grido che rimbalza ovunque “Papà , papà”. Lo sento anche adesso e la fatica del vivere si fa montagna insuperabile.

E poi s’immagina come sarebbero diventati Maria Paola e Domenico se fossero ancora vivi:

Maria Paola, fra un mese avresti compiuto 23 anni. L’età in cui si fanno scelte di vita, l’età in cui dai sogni si è proiettati in una realtà che azzanna già il futuro. Oggi, nella cappellina al cimitero, abbiamo trovato una tesi di laurea. E’ della tua amica Paola che te l’ha dedicata. Non ti ha dimenticato. Domenico, tu a 18 anni eri già un ragazzone. Chissà come saresti oggi!

Un dramma personale che diventa collettivo, pensando che quel 6 aprile 2009 non abbia insegnato nulla:

Oggi in tanti fanno la loro piccola battaglia con l’arma dell’egoismo, non si vedono invece grandi battaglie _ quelle in cui si impugna l’arma del bene comune _ su come ricostruire al meglio la città e i paesi.

E l’amarezza perché non c’è volontà di fare il bene per la comunità ma solo di accaparrarsi più soldi possibili:

Cari ragazzi miei, voi che siete in un’altra dimensione provate ad ascoltare ciò che accade in una riunione di soci di un aggregato o in un’assemblea di condominio. Sentirete il peggio che l’umanità è capace di tirare fuori in termini di rancori, invidie, gelosie, accuse, assurde richieste. Durante quelle ore isteriche si rompono amicizie, si creano alleanze fittizie, si svelano personalità contorte. Tutto per “quattro soldi” pubblici, bagnati dal vostro e dal sangue di altre 307 persone. E con i quali (soldi), fra un anno, qualcuno si farà anche bello in campagna elettorale.

Nel terremoto de L’Aquila sono perite 308 persone. Dal 2009 la ricostruzione non è mai finita.

Terremoto de L’Aquila, lettera ai figli morti