Muccino: “Faccia tosta? Solo al cinema. Nella vita sono l’ultimo dei romantici”

E’ un Silvio Muccino molto diverso quello che abbiamo incontrato alla conferenza stampa di presentazione del suo ultimo film, Le leggi del desiderio, in uscita nella sale il 26 febbraio. Più maturo, più posato e certo più riflessivo. Sarà merito del personaggio che interpreta nel film, il life coach Giovanni Canton, cha aiuta le persone a riacquistare la fiducia in se stesse imparando a guardarsi dentro e a perdonare i propri difetti…

Quanto c’è di Silvio Muccino nel life coach Giovanni Canton?
Di me in Canton c’è purtroppo e per fortuna poco. E’ un personaggio che nel bene e nel male ha vizi e difetti che non sono i miei. Ma anche virtù, perché devo dire che interpretare Canton sullo schermo è stato divertentissimo, è stato bello mettersi quella maschera. Una faccia tosta così è meravigliosa: ho ballato, ho fatto qualunque cosa in questo film e la sua sicurezza è stata contagiosa. Quello che io per fortuna ho e che Giovanni non ha è l’introspezione, il capire che oltre quella maschera, oltre quello che tu presenti al mondo, c’è una persona. Giovanni scappa da questa idea, mentre io in questi anni ho fatto volutamente i conti con questo, ho cercato di guardare quali sono i miei punti deboli, le mie fragilità, per capire poi quello che volevo fare, che volevo diventare. Questo è anche l’elemento che mi unisce a Giovanni Canton, perché alla fine compiamo lo stesso percorso, un viaggio che ti porta a confrontarti con te stesso. Tutti sognamo di essere supereroi ma poi dobbiamo confrontarci con la realtà, con tutte le nostre fragilità, che dobbiamo avere il coraggio di riconoscere e non di nascondere. Il ruolo dei life coach è proprio questo: propone la possibilità di migliorarti, di rompere i tuoi limiti di sfiducia, cinismo, pessimismo o paura. Il messaggio del film – anche se detesto questo termine – è che ognuno deve trovare dentro di sé il proprio life coach, il proprio percorso interiore.

La tua donna ideale è più simile a Matilde (timida, insicura e molto dolce n.d.r.) o Jennifer (aggressiva e dominatrice n.d.r.)?
A Matilde. Devo dire che mi sono innamorato di Matilde, è un personaggio meraviglioso. Questo è un film molto romantico e Matilde è un personaggio fuori dal tempo, che non ha cinismo, non è smaliziata, come sono invece molte donne di oggi. Matilde è unica e fuori dal tempo e quella è una caratteristica che in una donna mi rapisce sempre.    
  
Da dove è nata l’idea di girare un film su un life coach?
E’ nata da Internet, da quando Carla Vangelista, l’autrice del film, mentre stavamo lavorando sull’idea di una commedia romantica, è venuta da me e mi ha fatto vedere un video di Anthony Robbins, un life coach forse fra i più famosi al mondo. Questo video mi ha scioccato perché era veramente un grande show che aveva qualcosa di sciamanico all’interno: vedevo un uomo che ballava e poi scuoteva la coscienza delle persone; camminava sui carboni ardenti e poi parlava di forza di volontà. Era veramente la fotografia più nitida e precisa di questo momento storico, Italia compresa, anche perché Internet è il luogo deputato ai life coach, pullula di queste figure. E mi sono reso conto che in un momento di smarrimento come questo, in cui la crisi genera più frustrazioni che non soddisfazioni, è nata questa figura di riferimento, che dice "io ho la soluzione in tasca" ed è stato inevitabile quindi desiderare di portare questa figura sullo schermo.     

Ti hanno definito "l’ultimo dei romantici". Cosa ne pensi?
Mi hanno definito così perché in effetti Le leggi del desiderio è a tutti gli effetti una commedia romantica, con tanto di "happy ending". Il lieto fine è in effetti la mia realtà, il mio modo di veicolare l’ottimismo nel film, che in questo modo scivola dal life coach alla vita reale. In questi anni avevo sempre i riflettori puntatai su di me e non riuscivo a scindere la vita sul palcoscendico da quella reale. Poi mi sono educato a farlo, a vivere a luci spente e ad avere una dimensione che fosse al di fuori dal palcoscenico.   

Le leggi del desiderio è in effetti una vera e porpria commedia romantica…
Mi sono ispirato, per girare questo film, alle grandi commedie amerciane, prima fra tutte Harry ti presento Sally. E poi a quelle con Jerry Lewis, Cary Grant, addirittura cito nel film Frank Capra. Esistono due tipi di commedia romantica: quella italiana, che è più ironica, più distaccata dal sentimento, e quella americana, che guarda al sentimento con meno distacco. Nelle commedie americane il sentimento va di pari passo con la commedia, deve rimanere lì, ben definito ed è questo che ho voluto ricreare, anche con le luci, le scene che ti tengono lì, in quel limbo di romanticismo, e soprattutto con la musica. Per quesesto la scelta di chiamare Peter Cincotti per la colonna sonora, per ricreare quell’atmosfera, perché gli italiani non hanno nel loro DNA quel sentimento. 

Love is the answer?
C’è un grosso errore che si fa ultimamente e che sta facendo molto male al cinema italiano: uno viene definito o "cinico" o "romantico", e in mezzo c’è il nulla. A mio parere, il cinema deve emozionare, chi va al cinema deve provare qualcosa, è lo spettatore che decide, in ultima analisi. Io non credo che "love is the answer", ma credo che la risposta sia l’amore per noi stessi, l’accettazione dei nostri limiti e di noi stessi.

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