Nuovi farmaci per la Sla: l’Ice Bucket Challenge ha funzionato

La moda dei secchi d'acqua rovesciano secchi d'acqua gelata in testa, diventata virale sui social, ha portato milioni di dollari alla ricerca

Alla fine gettarsi addosso un secchio di acqua gelata in testa ha dato i suoi frutti. La moda – che due anni fa ha spopolato sui Social network – lanciata dai vip per raccogliere soldi per beneficenza ha dato i suoi frutti.

L’Ice Bucket Challenge ha permesso di raccogliere i soldi necessari a finanziare due studi sulla Sla, che sono arrivati a dei risultati importanti e sono stati pubblicati sul sito della rivista Nature.

Nel primo studio – che la ALS Association è riuscita a finanziare con i soldi raggranellati con l‘Ice Bucket Challenge – è stato individuato un nuovo gene, chiamato NEK1, che contribuisce all’insorgere della Sclerosi Laterale Amiotrofica. Mentre nel secondo studio si conferma il ruolo di un altro gene, il Sarm1, responsabile dello sviluppo della malattia.

Certo, la strada per sconfiggere la Sclerosi laterale amiotrofica è ancora lunga, ma i risultati stanno arrivando. Lo studio sta esaminando la composizione genetica di 15.000 persone affette da Sla e di 7.500 persone sane. L’obiettivo è di scoprire tutti i geni che sono responsabili della Sla.

E grazie a questa ricerca per gli scienziati si è aperta una nuova promettente via per lo sviluppo di farmaci contro la sclerosi.

La SLA è una malattia rara, che può essere genetica o, come avviene in molti casi, sporadica. La nuova ricerca è stata il risultato del più grande studio mai condotto sulle forme ereditarie di SLA, circa il 10% dei casi totali. È probabile, spiega la ALS Association, che la genetica abbia un ruolo, in una percentuale più alta di casi. Il prossimo passo sarà capire come il gene NEK1 contribuisca alla SLA, e sviluppare cure basate su queste informazioni. 

Tutto merito dell’Ice Bucket Challeng  e dei soldi – 115 milioni di dollari di cui 77 destinati alla Sla – raccolti grazie alla campagna che ha avuto un grande effetto sul loro lavoro. “Senza quei soldi non avremmo potuto condurre i nostri studi così velocemente”, ha detto il ricercatore capo Philip Wong, della Johns Hopkins, l’anno scorso al Washington Post.
La ALS Association ringrazia tutti i coraggiosi – in Usa Justin Bieber e Bill Gates, in Italia tra gli altri Luciana Littizzetto e Gigi Buffon e Antonio Conte – che si sono sottoposti alle docce di acqua e cubetti di ghiaccio: “Il sostegno della sfida Ice Bucket ha avuto un impatto profondo e con i milioni di dollari raccolti siamo stati in grado di espandere significativamente le nostre ricerche”.

Ben vengano iniziative come questa per le quali il web ha fatto da cassa di risonanza, su cui molti erano scettici e che invece ha finanziato un progetto di ricerca importante.
A due anni di distanza ha fornito risultati concreti e John Landers – capo del progetto MinE – ha riconosciuto il merito dei social network e dei 17 milioni di persone coinvolte nell’iniziativa, senza le quali sarebbe stato impossibile raccogliere una cifra così importante.

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