Sudan, la Corte libera Meriam: “Felice per un incubo finito”

Meriam Ibrahim è libera. La donna sudanese, condannata a morte per apostasia, sarebbe stata rilasciata in seguito a quanto deciso da una Corte d’Appello sudanese: "La corte d’appello ha ordinato la liberazione di Mariam Yahya e la cancellazione della (precedente) sentenza del tribunale", ha riferito l’agenzia di stampa SUNA  citata dal Telegraph.

"Stiamo andando alla prigione adesso per scoprire maggiori dettagli", ha detto Elshareef Ali Mohammed, uno dei suoi avvocati che ha riferito dell’immente rilascio della giovane madre. Quando Meriam fu condotta i carcere era incinta della sua bambina, nata il 27 maggio scorso dietro le sbarre.

La vicenda, assurda e straziante di Meriam, è stata resa pubblica in Italia dal quotidiano Avvenire che ha svelato le ragioni della sua reclusione. Sposata con un americano di fede cristiana, chiesa a cui lei stessa appartiene, si è rifiutata di abiurare il suo credo andando incontro a una condanna per apostasia ed adulterio in Sudan. Reati, secondo la sharia.

A rendere pubblica questa storia familiare è stato l’organizzazione no profit Justice Centre Sudan, che si sta facendo carico delle spese legali di Meriam. Al marito Daniel Wani, è stato consentito di vedere la moglie in rare occasioni: è cittadino americano dove si è trasferito dopo essere scappato dal Sud Sudan. Daniel, costretto su una sedia a rotelle, ha visitato in carcere la moglie e il figlio Martin di 20 mesi, trovandoli in difficili condizioni, lei incatenata alle caviglie. Immaginate: una donna incinta che ha partorito nella clinica della struttura in cui è stat reclusa a cui vengono legate le caviglie. Tutto questo perché secondo la sharia aveva abiurato l’Islam, religione del padre, sposando un cristiano.

 

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