Caso Madia: se la maternità è un pretesto per attaccare il ministro

Di Marianna Madia, della sua estrazione più che borghese e del suo ingenuo e disturbante al fianco di Walter Veltroni davanti a flotte di giornalisti, colpiti dalla sua ammissione di inesperienza, non ce ne dovremmo più curare. Se non fosse che il persistente e reiterato soffermarsi sulla maternità del ministro alla Semplificazione e alla Pubblica Amministrazione del governo Renzi si è trasformato in un tema politico. Almeno per quanti ritengono il suo stato un fattore su cui spendere valutazioni, all’occorrenza e in base all’opportunità. E in un contesto di grande difficoltà per il Paese, con una crescita della disoccupazione al 12%, e fenomeni di grande inciviltà, come le dimissioni in bianco.

Come non dovremmo più concentrarci sulla sua gravidanza. Quando l’abbiamo ammirata, in nero, giurare davanti al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, avevamo già compreso che la sua gravidanza, così avanzata, non sarebbe stata come quelle delle sue colleghe. E non lo è stato. Anche l’esternazione che coincide con una valutazione di genere e specifica dell’europarlamentare di Forza Italia, Lara Comi, a La Zanzara, esplicita quel senso di disagio nei confronti di un ministro prossima al parto.

"Certo che non era il caso che Marianna Madia facesse il ministro, con una riforma della Pubblica amministrazione da fare ad aprile sarà difficile per lei, visto che è al termine della gravidanza", ha dichiarato la Comi. Scivolando in un paragone alquanto infelice: Ancora ai microfoni della trasmissione radiofonica di Radio24: "Insomma: se uno si rompe una gamba non è che poi va a fare subito i cento metri".

Eppure la Madia aveva replicato alle critiche (numerose) seguite alla sua nomina a ministro con "è solo questione di organizzazione, è pieno di donne che allattano e lavorano". Suo malgrado, la sua gravidanza è coincisa con una diatriba politica che non ha come tema centrale la maternità: il caso Madia non include tutte le maternità. Attacchi forse fin troppo strumentali offuscono quelle gravidanze banali, semplici, normali che impongono alle giovani madri di organizzare la loro giornata in maniera meticolosa, pignola, incasellando ogni responsabilità in precise e circoscritte aree di efficenza.

E che si misurano con un mondo del lavoro che contempla solo in parte le necessità di una madre che lavora: mancano sale per l’allattamento, consultori, asili nido aziedali e non, più innumerevoli.

La maternità della Madia non è quella di una donna qualunque né un’attesa come le altre, forse non lo è neanche in vista delle riforme a cui accenna Lara Comi. Perché di precedenti, in Italia e all’estero se ne potrebbero annoverare notevoli: in Spagna a essere incinta era la ministra alla difesa Carme Chacòn, in Francia suscitò polemiche a non finire la nomina di Rachida Dati.

Da noi, tra parlamentari e ministre, se ne contano diverse come Mariastella Gelmini, Stefania Prestigiacomo, Marianna Madia appunto. L’europarlamentare Licia Ronzulli si presentava alle sedute con la sua bambina per dimostrare che politica e maternità non fossero incompatibili.

Il ritorno in auge, nella nostra agenda politica, dei diritti al femminile e l’attuazione di quelli che dovrebbero essere giò acquisiti non alontana lo spauracchio di ammirare a un magnifico disegno irrealizzato. E’ un timore che persiste e su cui interrogarsi, all’indomani anche dell’affossamento delle quote rosa

 

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