Studentessa suicida, il prof: “Liberiamo i giovani dall’ossessione della vittoria”

Dopo il suicidio di Giada, che non aveva mai dato esami nonostante avesse programmato la laurea, un professore scrive: “Lasciamoli liberi di sbagliare”

Giada De Filippo, un nome che in questi giorni è diventato tristemente famoso. È quello della ragazza che non ha retto il peso di non aver mai dato un esame all’Università, nonostante avesse invitato tutti (fidanzato, genitori, amici) per il giorno della Laurea.

Giada non era più nemmeno iscritta alla facoltà di Farmacia, dopi i primi tre anni in cui non aveva dato nessun esame. Eppure aveva organizzato meticolosamente tutto: il vestito bello, le bomboniere, il ristorante dove andare a festeggiare con tutti dopo la discussione. Quella discussione che, solo lei lo sapeva, non ci sarebbe mai stata.

Giada ha aspettato l’arrivo del fidanzato che non vedendola l’ha chiamata sul cellulare. Ha risposto: “Sono quassù, non mi vedi?”. E si è lanciata nel vuoto.

Ora tutti la piangono e si dannano l’anima- fidanzato e padre in primis- per non aver capito, intuito. E non averla salvata.

Il sindaco di Sesto Campano nel giorno del funerale ha detto: “Di Giada conoscevamo il sorriso dolcissimo ma non immaginavamo la fragilità”.

Un professore, il docente di Filosofia del Diritto e Informatica Giuridica all’Università degli Studi di Teramo, Guido Saraceni, sulla sua pagina Facebook, ha scritto una bella lettera. Indirizzata a tutti i genitori, spiegando loro qual è il più bel dono d’amore che possono fare ai loro figli. Per salvargli la vita.

Per quanto mi riguarda, la giornata delle lauree è un giorno di lavoro non meno faticoso e stressante di altri. I candidati devono essere attentamente ascoltati, interrogati e valutati. I voti devono essere discussi, spesso anche lungamente, con una commissione di colleghi che non sempre hanno le stesse idee, la stessa sensibilità culturale o lo stesso identico orientamento in tema di voti.

Eppure, la giornata delle lauree per me è anche una giornata gioiosa. Guardando il volto dei genitori, degli amici, dei parenti accorsi per sostenere e supportare il proprio candidato, partecipo volentieri della loro felicità, ne percepisco l’orgoglio e l’emozione. Mentre il candidato parla, sono tesi come corde di violino, attenti ad ogni singola parola, con gli occhi lucidi e lo sguardo fiero. Dopo, si lasciano andare ai festeggiamenti, con tanto di cori e coriandoli.

La giornata delle lauree celebra la maturazione, la fatica e l’impegno dei nostri studenti. Ha il sapore della speranza nel futuro.

A queste cose ho pensato ieri, quando letto che una ragazza di Napoli, il giorno delle lauree, è salita sul tetto dell’Ateneo e si è lanciata nel vuoto: aveva detto a parenti ed amici che quel giorno si sarebbe laureata, ma non aveva completato il ciclo di studi.

L’Università non è una gara, non serve per dare soddisfazione alle persone che ci circondano, non è una affannosa corsa ad ostacoli verso il lavoro.

Studiare significa seguire la propria intima vocazione.

Il percorso di studi pone lo studente davanti a se stesso.

Cerchiamo di spiegarlo bene ai nostri ragazzi. Liberiamoli una volta per tutte dall’ossessione della prestazione perfetta, della competizione infinita, della vittoria ad ogni costo.

Lasciamoli liberi di essere se stessi e di sbagliare.

Questo è il più bel dono che possono ricevere.

Il gesto d’amore che può letteralmente salvarne la vita.

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