Donne e lavoro: una situazione difficile

Per le donne, si sa, entrare nel mondo del lavoro è più difficile. E comunque, una volta entrate, non ricevono mai lo stesso trattamento economico degli uomini. Questo dato è confermato dalle statistiche e, per di più, l’Italia in questo quadro non fa certo bella figura, con una situazione decisamente allarmante: il nostro paese si piazza infatti agli ultimi posti della classifica OCSE sull’occupazione femminile. 

In generale, la situazione non è rosea nemmeno nel resto del mondo, a causa della crisi mondiale che ha generato un aumento sensibile della disoccupazione, con conseguenze disastrose sulle categorie storicamente più deboli sul piano lavorativo. Tra queste la più significativa è probabilmente quella delle donne lavoratrici.

Secondo i dati del rapporto dell’agenzia dell’ONU che si occupa di promuovere la giustizia sociale, cioè l’International Labour Organization (ILO), riferiti al 2012, i posti di lavoro occupati da soggetti di sesso femminile che sono stati erosi dalla crisi economica mondiale ammontano a 13.000.000.
 
Nel 2012 il tasso di disoccupazione femminile nel mondo ha superato dello 0,7% quello maschile. La crescita del gap occupazionale di genere è allarmante se si considera che dal 2002 al 2007 tale dato era rimasto pressoché costante attestandosi a valori prossimi allo 0,5%. Anche in futuro non sono previste inversioni di tendenza significative, almeno non prima del 2017.

L’OCSE, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, ha presentato a Parigi un rapporto dal titolo Closing the gender gap, in cui vengono presentati i dati relativi al gap occupazionale di genere dei trenta paesi appartenenti all’organizzazione.

Purtroppo l’Italia non si guadagna un buon piazzamento nella classifica (malgrado dal Rapporto CENSIS 2012, l’occupazione femminile risulti in aumento) piazzandosi al terzultimo posto della classifica OCSE, davanti soltanto a Turchia e Messico.

Eppure, anche in Italia, le donne hanno dimostrato di essere migliori negli studi, cosa che dovrebbe garantire loro un più agevole accesso al mondo del lavoro.  Nel 2010 il 59% dei laureati in Italia era di sesso femminile. Lo scarso sbocco professionale potrebbe essere spiegato dalla tipologia di specializzazioni perseguite dai soggetti femminili: la percentuale di laureati donna in scienze informatiche è del 15%. Per quel che riguarda lauree affini alle tematiche ingegneristiche le statistiche segnalano un 33%. Si tratta di specializzazioni tra le più richieste nel mercato del lavoro.

Il rapporto dell’OCSE dimostra come l’incremento del lavoro femminile costituisca una risorsa irrinunciabile per il paese. In una proiezione presentata dall’organizzazione è evidenziato che se entro il 2030 il lavoro femminile, a parità di condizioni, raggiungesse quello maschile, sarebbe l’intera economia italiana a beneficiarne: si riscontrerebbe una crescita della forza lavoro pari al 7% e il PIL pro capite subirebbe un incremento dell’1% annuo.

Il Ministro del lavoro Fornero, che era presente a Parigi in occasione della presentazione del rapporto, afferma che quello derivante dalla perdita economica è il danno minore. La discriminazione lavorativa basata sull’appartenenza di genere è, infatti, innanzitutto una grave forma di ingiustizia sociale a cui bisogna porre rimedio per ragioni di equità e giustizia.
 

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