Lavoro, una piattaforma per denunciare le domande sessiste ai colloqui

Una piattaforma online per denunciare in modo anonimo le discriminazioni sul lavoro e durante i colloqui: la proposta del ministro Orlando

“Ha figli?”, “Ha intenzione di averne?”, “Vuoi sposarti?”. Sono solo alcune delle domande che migliaia di donne si sono sentite porre in sede di colloquio almeno una volta nella vita. Domande invasive, che nascondono un pregiudizio. Perché per alcune aziende assumere una donna che vuole mettere su famiglia è un rischio, perché bisognerebbe pagarle la maternità, sostituirla. Perché poi magari diventa poco produttiva (nonostante ci siano studi che dimostrano l’esatto contrario).

E allora meglio investire su qualcuno che non ha di queste aspirazioni. O – perché no – direttamente su un uomo. Perché i padri, si sa, non si lasciano distrarre come le madri.

Sono queste le forme di discriminazione più subdole, che partono da lontano, da una cultura patriarcale dura a morire, nonostante le leggi, nonostante il mondo vada avanti.

Quelle domande, che purtroppo ancora esistono e ancora tanti datori di lavoro fanno, non sarebbero legali e lecite, ma non tutte le donne lo sanno. E quelle che lo sanno non sempre hanno il coraggio di rispondere a dovere e di denunciare.

In questo contesto si inserisce la proposta lanciata dal ministro del Lavoro Andrea Orlando, che durante un webinar ha detto di voler costruire “meccanismi di piattaforme anonime che denuncino chi viola l’art. 27 che proibisce ai datori di lavoro di fare domande personali ad una donna” al momento dell’assunzione.

Il riferimento è al Codice per le Pari opportunità, che all’art. 27 appunto vieta “qualsiasi discriminazione per quanto riguarda l’accesso al lavoro, in forma subordinata, autonoma o in qualsiasi altra forma, compresi i criteri di selezione e le condizioni di assunzione, nonché la promozione, indipendentemente dalle modalità di assunzione e qualunque sia il settore o il ramo di attività, a tutti i livelli della gerarchia professionale , anche per quanto riguarda la creazione, la fornitura di attrezzature o l’ampliamento di un’impresa o l’avvio o l’ampliamento di ogni altra forma di attività autonoma”.

La proposta del ministro si riferisce in particolare al comma 2 della normativa, in cui si legge che la discriminazione è vietata anche se attuata:

  1. a) attraverso il riferimento allo stato matrimoniale o di famiglia o di gravidanza, nonché di maternità o paternità, anche adottive;
  2. b) in modo indiretto, attraverso meccanismi di preselezione ovvero a mezzo stampa o con qualsiasi altra forma pubblicitaria che indichi come requisito professionale l’appartenenza all’uno o all’altro sesso.

“Le denunce non sono una delazione”, ha chiarito Orlando ai microfoni di Radio24.

“Si tratta di un istituto che vede anche altri ambiti e implica che le denunce siano poi verificate da autorità giudiziarie – ha spiegato – non si tratterebbe di delazioni, ma purtroppo questa normativa non viene applicata perché le donne hanno paura in qualche modo di denunciare per le ritorsioni sul posto di lavoro”.

“Questa forma – ha proseguito ancora il ministro – potrebbe consentire di evitare questo problema: evitare la possibilità di segnalare le violazioni, altrimenti il rischio molto grave è quello della disapplicazione di norme dalle quali poi dipende l’effettiva occupazione delle donne“.

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