Cos’è il codice rosa contro la violenza sulle donne?

Nato in Toscana nel 2010, il codice rosa è un percorso di triage dedicato in maniera specifica alle donne, ai bambini e ai soggetti discriminati vittime di violenza.

Quando si parla di codice rosa, si inquadra un percorso di accesso al pronto soccorso riservato in maniera specifica alle vittime di violenza. In questo novero è possibile includere le donne, i minori e qualsiasi soggetto si trovi in una condizione di discriminazione sociale.

A tal proposito, è bene rammentare l’esistenza di due iter distinti. Il legislatore ha previsto infatti l’istituzione del Percorso Donna, dedicato alle vittime di violenza di genere, e quella del Percorso per le vittime di crimini di odio. In questo secondo caso, si parla dei soggetti che subiscono violenza a causa di una loro particolare situazione di vulnerabilità o di discriminazione sociale.

Quali sono le peculiarità del codice rosa? Innanzitutto, è bene sapere che si tratta di un percorso disponibile a prescindere dal motivo per cui si varca l’ingresso del pronto soccorso. In poche parole, le vittime di violenza possono essere inserite nel percorso a prescindere dal fatto che la loro situazione sanitaria sia di natura emergenziale o che richieda solo un periodo di degenza ordinaria.

Lo schema del codice rosa prevede l’attivazione di tutti i servizi territoriali finalizzati a fornire aiuto e assistenza alla vittima di violenza. Tra i servizi succitati rientrano ovviamente i Centri Antiviolenza. Questo percorso, nato con l’obiettivo di agevolare il riconoscimento precoce dei casi di violenza di genere (e non solo, come abbiamo visto sopra) e di coordinare diverse istituzioni e competenze con lo scopo di fornire una risposta e una tutela adeguate, ha visto la luce nel 2010 presso l’Azienda USL 9 di Grosseto.

Istituito come progetto pilota, negli anni successivi si è diffuso su tutto il territorio toscano fino a portare, nel 2016, alla nascita di una vera e propria Rete Regionale.

Il codice rosa, attivo ormai in tutti i presidi sanitari d’Italia (che hanno dovuto adeguare le linee guida in tema di assistenza socio-sanitaria alle donne vittime di violenza al DPCM del 24 novembre 2017), vede il suo principale punto di forza in una task force multi istituzionale formata da personale medico, infermieristico e giudiziario.

Il suo intervento, che avviene nel pieno rispetto della privacy della persona assistita, si focalizza in particolare sull’individuazione dei casi di violenza nelle situazioni in cui, soprattutto per paura di ritorsioni, le vittime hanno timore di palesare la condizione in cui vivono.

Lo scopo è chiaramente quello di fornire cure immediate e sostegno psicologico e giudiziario, tenendo sempre conto del rispetto delle scelte della singola persona in merito al percorso da seguire a seguito dell’attuazione delle prime cure.

Come funziona il tutto a livello pratico? Gli scenari iniziali sono sostanzialmente due. Nel primo, la vittima di violenza che accede al pronto soccorso si dichiara codice rosa. Nel secondo, invece, entra in gioco l’intuizione del personale medico e infermieristico che soccorre la donna vittima di violenza.

Il passo successivo prevede l’accompagnamento della vittima in uno spazio del pronto soccorso, la cosiddetta stanza rosa, caratterizzato dalla presenza di tutte le strumentazioni medico-sanitarie utili per assistere una persona oggetto di violenza e per raccogliere prove forensi.

Nei casi in cui viene confermato il codice rosa – la cui azione di aiuto è stata recentemente potenziata a causa dell’aumento degli episodi di violenza domestica durante il lockdown per l’emergenza Coronavirus – si mette la paziente al corrente delle possibilità che ha per uscire dalla situazione di violenza.

In questi frangenti, è compito del personale medico-sanitario raccogliere e preservare tutte le prove, in modo da renderle usufruibili in ambito forense nel caso in cui la vittima dovesse decidere di sporgere denuncia.

Prima di ogni singolo passaggio, la persona viene informata in merito agli step successivi e invitata a dare il suo consenso per la loro concretizzazione. Nei casi in cui la donna dovesse dichiararsi non oggetto di maltrattamenti, le vengono comunque forniti tutti i riferimenti relativi ai servizi anti violenza presenti sul territorio.

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