Aborto, i diritti negati delle donne. Ma l’Europa bacchetta l’Italia

A febbraio è scattata con la mobilitazione europea in difesa del diritto all’interruzione di gravidanza. E’ successo perché la Spagna ha messo sul tavolo una proposta di legge in tema di aborto che limita fortemente la libertà femminile. Le donne di tutta Europa sono scesein piazza per protestare. In Italia le cose non stanno così, almeno non sulla carta. Ma in pratica i diritti delle donne vengano ugualmente calpestati. Il numero dei medici obiettori nella Penisola raggiunge il 70% in media, con punte del 90% in alcune strutture. Non è quindi il caso quindi di parlare di libertà di scelta quando si mette a repentaglio la vita delle donne e viene negato l’accesso alle cure terapeutiche, previsto e garantito dalla Costituzione.

Proprio per questo il Consiglio D’Europa bacchetta l’Italia in materia di aborto, accusandola di violare i diritti civili di donne e ragazze. Come si legge nella relazione dell’IPPFEN (International Planned Parenthood Federation European Network), in Italia i tempi di attesa per un’interruzione di gravidanza sono lunghissimi e molte volte il personale obiettore di coscienza si rifiuta di provvedere alle cure necessarie prima e dopo l’aborto. Inoltre, in alcune zone, c’è uno squilibrio tra il numero di pazienti che hanno necessità di ricorrere all’aborto e il numero di non obiettori disponibili e competenti (questo accade in particolar modo al Sud e in Lombardia).

Lo Stato Italiano, si legge nel documento della IPPFEN : "E’ obbligato a garantire alle donne l’accesso libero all’interruzione di gravidanza. La richiesta di abortire per una donna non deve essere trattata come una lotteria che dipenda dalla fortuna della paziente, dalla salute o da dove viva".

E proprio qualche giorno fa è salito alla ribalta delle cronache un caso che ci ha sconvolto. E’ la storia di Valentina Magnanti, la ragazza di 28 anni abbandonata in bagno ad abortire da sola, perché all’Ospedale Sandro Pertini di Roma i medici di turno erano tutti obiettori. Ci ha sconvolto e indignato, perché in un Paese civile queste cose non dovrebbero succedere. Valentina è affetta da una malattia genetica rara e trasmissibile. «Ma in teoria posso avere figli, quindi per me non è previsto l’accesso alla fecondazione assistita e alla diagnosi pre-impianto. A me questa legge ingiusta concede solo di rimanere incinta e scoprire che la bambina che aspettavo era malata, condannata. Lasciandomi libera di scegliere di abortire, al quinto mese: praticamente un parto», racconta la stessa Valentina Magnanti in un’intervista rilasciata a La Repubblica.

Il fatto risale all’ottobre 2010. Valentina passa 15 ore di inferno, «mentre ero lì stravolta dal dolore entravano degli attivisti anti aborto con Vangeli in mano e voci minacciose». La Magnanti e suo marito si rivolgono all’associazione Coscioni e fanno ricorso: chiedono che anche chi abbia malattie genetiche possa accedere alla fecondazione assistita e alla diagnosi pre-impanto. Un diritto ingiustamente negato finora.

© Italiaonline S.p.A. 2020Direzione e coordinamento di Libero Acquisition S.á r.l.P. IVA 03970540963

Aborto, i diritti negati delle donne. Ma l’Europa bacchetta&nbsp...